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Informazione Corretta Rassegna Stampa
02.12.2013 IC7 - Il commento di Stefano Magni
Dal 24/11/2013 al 30/11/2013

Testata: Informazione Corretta
Data: 02 dicembre 2013
Pagina: 1
Autore: Stefano Magni
Titolo: «Il commento di Stefano Magni»
Il commento di Stefano Magni


Stefano Magni

Il 25 novembre 2013 potrebbe diventare una data storica. Forse non una bella data da ricordare. Potrebbe essere l’equivalente del 30 settembre 1938, la data in cui le democrazie occidentali concessero a Hitler il “diritto” di occupare i Sudeti in Cecoslovacchia. Il 25 novembre scorso, dopo un negoziato estenuante, a Ginevra, la Germania e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu hanno concesso all’Iran il “diritto” a sviluppare e portare a termine il proprio programma nucleare. Perché, al di là delle cautele, è questo il senso dell’accordo internazionale.
La vera notizia è che dopo otto anni di ferma convinzione che il programma nucleare iraniano debba essere fermato, tutti i commentatori italiani hanno salutato il compromesso di Ginevra come un grande successo. Tutti tranne pochissime eccezioni, come Fiamma Nirenstein (che vive in Israele) e Ugo Volli qui sul sito di Informazione Corretta, ritengono che la firma a Ginevra renda il mondo “più sicuro”, come afferma il presidente statunitense Barack Obama.
E’ una ben strana inversione di ruoli quella praticata dagli editorialisti. Nel loro mondo, l’Iran è intento a portare avanti un programma nucleare pacifico, volto a dare energia al suo popolo in un Paese che è fra i primi produttori energetici del mondo. Al massimo, il programma viene considerato “sospetto”, ma mai militare. In questo contesto, il vero pericolo è considerato solo questo nerboruto governo “guerrafondaio” israeliano che potrebbe lanciare un attacco preventivo contro un Iran ignaro, a causa delle sue “insicurezze” considerate “più o meno” giustificate. Ora scopriamo apertamente che, anche per la diplomazia delle 6 potenze del gruppo di contatto, Israele e non l’Iran era il vero problema. L’Iran era, al massimo, un caso imbarazzante, finché aveva un presidente che un giorno sì e l’altro pure predicava la distruzione dello Stato ebraico. Allora, solo per quel motivo, la diplomazia occidentale doveva mantenere un atteggiamento fermo, solo per “rassicurare” Israele. Ma non appena è stato eletto un presidente più educato, si è subito aperta la porta all’accordo.
E’ una visione del mondo alla rovescia rimuove alcune realtà sotto gli occhi di tutti. Prima di tutto, una realtà storica: l’Iran venne scoperto nel 2002 con “le mani nella marmellata” nucleare, quando dissidenti all’estero segnalarono la costruzione segreta di due siti nucleari, uno per l’arricchimento dell’uranio e l’altro per la produzione di plutonio, entrambi materiali utili per l’assemblaggio di armi nucleari. Nel 2005 la crisi divenne più acuta, quando il radicale Mahmoud Ahmadinejad, esponente dell’ala dura del regime di Teheran, vinse le elezioni e iniziò a lanciare i suoi proclami incendiari contro Israele.
Mentre Usa, Cina e Russia si tenevano ancora fuori dalla crisi, l’Unione Europea mise in piedi un gruppo di contatto che iniziò a negoziare con Teheran. Si chiamava “EU-3” e includeva le due potenze europee rappresentate permanentemente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Francia e Gran Bretagna) e la Germania, primo partner commerciale dell’Iran in Europa. L’EU-3 avrebbe accolto, l’anno dopo, anche Usa, Russia e Cina. Assieme formarono il gruppo “P 5+1”, una fredda formula matematica che mal celava un’assenza di scopi e valori comuni. Le posizioni al suo interno, infatti, erano tre: Francia (allora c’era Chirac) e Germania desideravano negoziare e ottenere una soluzione diplomatica al più presto, la Gran Bretagna e gli Usa (Blair e Bush) mantenevano una posizione di pressione/prevenzione con lo scopo principale di impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e infine la Russia e la Cina, alleate dell’Iran e sue principali fornitrici di tecnologia nucleare e missilistica, pronta a porre il veto su ogni condizione dura.
Sarebbe impossibile riassumere otto anni di negoziati. Va detto, però, che tutti gli incontri fra Iran e P 5+1 si sono arenati su un unico punto: la rinuncia, da parte di Teheran, non di tutto il programma atomico, bensì solo di quella parte di programma che consiste nel ciclo di arricchimento dell’uranio. L’Iran ha sempre detto “no” a questa proposta, senza cambiare di una virgola la sua posizione. Non solo: nel 2009 è stato scoperto un altro sito segreto, a Fordow, scavato nelle montagne, palesemente militare, costruito per accelerare e mettere in sicurezza il ciclo industriale dell’arricchimento dell’uranio.
Perché, per otto anni, l’Iran ha risposto “no” alla richiesta delle grandi potenze e ieri, alle 3 del mattino, ha risposto improvvisamente “sì”? Perché il presidente non è più Mahmoud Ahmadinejad, ma il moderato Hassan Rouhani? Non tanto, anche perché chi tiene le chiavi del programma nucleare è l’ayatollah Alì Khamenei, guida suprema dell’Iran. Ed è stato solo l’assenso di quest’ultimo, a sbloccare la situazione: una serie di trattative segrete fra emissari statunitensi e portavoce di Khamenei, avvenuti nelle settimane scorse nell’Oman, hanno permesso di raggiungere l’accordo. Khamenei era guida suprema anche ai tempi di Ahmadinejad, negli 8 anni di trattative fallite. Perché ha cambiato idea? Molto semplice: è cambiata la domanda. I P 5+1 hanno chiesto una cosa molto meno vincolante: sospendere per 6 mesi il processo di arricchimento dell’uranio oltre il 5%, consegnare tutto quello arricchito al 20% a un paese terzo, ottenendo in cambio una temporanea sospensione di prova (sempre di 6 mesi) delle sanzioni economiche. Gli interlocutori statunitensi, in particolar modo, hanno voluto dare maggior fiducia al nuovo presidente Rouhani. E soprattutto, se è vero che le sanzioni occidentali del 2011, 2012 e 2013 (contro il sistema finanziario e l’industria petrolifera dell’Iran) hanno piegato l’economia di Teheran, è anche vero che i partner europei non ne potevano più di perdere un mercato promettente come quello iraniano. Agli interessi economici europei si è aggiunto l’interesse politico di Barack Obama, che vuole un successo diplomatico eclatante subito dopo aver varato la sua riforma della sanità (che è già costata uno “shutdown”) con risultati a dir poco imbarazzanti.
Rimuovere l’idea che esista un pericolo iraniano vuol dire anche rimuovere una realtà fisica. Come mai il processo industriale dell’arricchimento dell’uranio è considerato così importante? Perché è l’unico realmente legato alla possibile costruzione di armi nucleari. L’Iran ha sempre dichiarato che intende portare a termine il suo programma atomico solo per scopi civili. Tuttavia, per scopi civili c’è già la centrale di Bushehr, ormai completata anche se non attiva, alimentata dall’uranio fornito dalla Russia e ritirato dalla stessa dopo il suo uso. Già il fatto che l’Iran estraesse e arricchisse l’uranio in proprio, nel 2002-2003 aveva destato fortissimi sospetti: perché era proprio necessario un surplus di carburante per la centrale di Bushehr? L’arricchimento necessario alla produzione di combustibile nucleare è al 3%, massimo 5%. Il ciclo industriale iraniano produce uranio arricchito al 20%, troppo raffinato per far da combustibile. Gli iraniani si difendono affermando che uranio arricchito al 20% non è sufficientemente raffinato per far da materiale fissile (quello che innesca la reazione nucleare) in una bomba atomica. Ma anche qui c’è il trucco: arricchire uranio fino al 20% richiede una tecnologia sofisticata e un ciclo produttivo complesso. Una volta raggiunta la soglia del 20%, invece, l’uranio può essere portato al 90% in men che non si dica. In pratica, in questi anni, gli iraniani non hanno prodotto direttamente bombe atomiche, ma accumulato materiale “pronto a” essere convertito in armi nucleari. È soprattutto questa la causa del terrore sacro che il programma iraniano ispira negli israeliani - primo e quasi unico bersaglio di un’eventuale atomica degli ayatollah -, degli Stati Uniti, che vedrebbero sfidata la propria posizione nel Golfo Persico da una nuova potenza nucleare ostile, e dall’Arabia Saudita, che perderebbe di colpo l’egemonia nella regione.
Alla fine, si è giunti a un risultato improvviso, dovuto a un’accelerazione inaspettata delle trattative. Ma è una scelta saggia? Oggi siamo realmente “più sicuri” come dice Obama? Con la sospensione delle sanzioni, l’Iran può prendere fiato per 6 mesi. E questo lasso di tempo basta e avanza, secondo le stime del think tank Isis, a costruire più di un ordigno nucleare, stando alla tecnologia che l’Iran ha già raggiunto. Anche se non lo dovesse fare, avrebbe comunque tempo di riprendere fiato, sistemare i conti, riprendere contatti commerciali e prepararsi ad una ripresa del programma nucleare e a un prossimo confronto duro, fra sei mesi, da una posizione più forte.

Inoltre, stando ai termini dell’accordo, non è affatto detto che l’Iran consegni tutto l’uranio arricchito finora prodotto. Sarebbe quasi impossibile verificarlo. E siamo sicuri che gli impianti finora individuati e registrati dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) siano proprio tutti? Arak, Natanz e Fordow, come abbiamo visto, sono stati scoperti solo grazie all’intelligence e ai dissidenti. Ce ne sono altri che non sono stati dichiarati e che, magari, stanno già producendo tonnellate di uranio arricchito? Non si sa e questo accordo non prevede sufficienti garanzie per poterlo sapere. La realtà è che, a Ginevra, è stato firmato un assegno in bianco a Rouhani. Non c’è molto da festeggiare, solo da incrociare le dita.


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