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Il Messaggero Rassegna Stampa
24.01.2022 Shoah: la testimonianza di Sami Modiano
Cronaca di Francesca Nunberg

Testata: Il Messaggero
Data: 24 gennaio 2022
Pagina: 18
Autore: Francesca Nunberg
Titolo: «Shoah, Sami Modiano ai ragazzi: 'Siete voi il nostro vero baluardo'»
Riprendiamo dal MESSAGGERO di oggi, 24/01/2022, a pag.18, con il titolo "Shoah, Sami Modiano ai ragazzi: 'Siete voi il nostro vero baluardo' " la cronaca di Francesca Nunberg.

Immagine correlata
Francesca Nunberg

Sami Modiano, l'omaggio di Berlino:
Sami Modiano

Oggi per lui è un giorno importante, parlerà con gli studenti ma si rammarica perché «questo Covid non mi dà la possibilità di abbracciarli di persona, come un tempo» (e sarebbe comunque difficile perché hanno aderito oltre 40 mila ragazzi di circa 2000 classi da tutta Italia). Da quando ha cominciato a parlare Sami Modiano, 91 anni, deportato a 14 da Rodi ad Auschwitz-Birkenau dove ha perso il padre e la sorella, testimone tra i più lucidi dell'orrore della Shoah, non si è fermato più.

LA SELEZIONE «Io sono un sopravvissuto che si era chiuso nel suo silenzio - racconta al telefono dalla sua casa di Ostia - Pensavo che non mi avrebbero creduto, che un dolore così grande fosse indicibile. Con me sono state deportate duemila persone, tutta la comunità ebraica sefardita di Rodi. Ma quando stavamo li, alla selezione, Mengele non ci chiedeva se eravamo sefarditi o askenaziti, avevamo tutti solo la colpa di essere ebrei... Ma poi ci sono stati Primo Levi, Piero Terracina (per me come un fratello), Shlomo Venezia, il governo italiano ha fatto una legge perché la Shoah venisse ricordata anche nelle scuole, tutti insistevano e alla fine ho accettato di parlare». Nel 2005 Sami Modiano ha accompagnato trecento studenti nel suo primo Viaggio della memoria ad Auschwitz, a cui poi ne sono seguiti tantissimi altri: «Erano passati 60 anni ma ricordavo ogni cosa perfettamente, vedendo quei posti mi sono tornate davanti agli occhi quelle scene atroci, mi è venuta una crisi di pianto e quando mi sono girato ho visto che anche i ragazzi erano in lacrime. Li ho capito che dovevo rompere il mio silenzio. Quando uno esce dai campi di sterminio si chiede perché, ti senti in colpa, come se fossi un privilegiato. Avrei potuto essere come mia sorella Lucia, che aveva ceduto dopo un mese, come mio padre Giacobbe, dopo un mese e mezzo, o come qualsiasi altro internato, non ammazzavano solo gli ebrei, ma tutti quelli che ritenevano diversi, gli omosessuali, i disabili, i rom, i politici. Dovevo parlare in nome di tutte le persone che avevo visto morire, davanti a quel grande cimitero ho giurato che non mi sarei più fermato». Così oggi Sami continua, racconta di quando nel '38 il maestro in terza elementare gli disse che sarebbe stato espulso da scuola, il padre gli spiegò le leggi razziali mentre lui pensava «di aver fatto qualcosa di male», parla del viaggio senza fine verso il lager, un mese tra nave e treni piombati, dei lavori forzati, dell'addio ai familiari («ho ringraziato Dio per aver risparmiato a mia madre tutto questo, se ne era andata per malattia tre anni prima»), la marcia forzata da Birkenau verso Auschwitz imposta dai tedeschi ai pochi superstiti.

I NEGAZIONISTI Durante quella marcia Sami si accasciò a terra, ma due compagni lo sollevarono e lo portarono alla meta, buttandolo su un cumulo di cadaveri. Il giorno dopo arrivarono i sovietici, era il 27 gennaio del 1945. E il 27, apertura dei cancelli di Auschwitz, è il Giorno della memoria: «Se ho ancora paura? No, sono ottimista - risponde - ricordo le ultime parole di mio padre "Tieni duro, ce la devi fare". Non porto rancore, non porto odio, ma bisogna sempre combattere, anche in Italia, ci sono ancora quelli che negano l'evidenza e la verità. E i ragazzi sono la speranza, solo loro potranno fare In modo che queste cose non succedano più».

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