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Avvenire Rassegna Stampa
25.04.2021 Genocidio armeno e negazionismo turco
Commenti di Antonia Arslan, Marta Ottaviani

Testata: Avvenire
Data: 25 aprile 2021
Pagina: 3
Autore: Antonia Arslan - Marta Ottaviani
Titolo: «Sul genocidio armeno alla fine la verità emerge - Il 'revisionismo' turco: le vittime siamo noi»
Riprendiamo da AVVENIRE di oggi, 25/04/2021, a pag.3 con il titolo "Sul genocidio armeno alla fine la verità emerge" l'analisi di Antonia Arslan; a pag. 7, con il titolo "Il 'revisionismo' turco: le vittime siamo noi", il commento di Marta Ottaviani.

Ecco gli articoli:

Antonia Arslan: "Sul genocidio armeno alla fine la verità emerge"

“La verità ha la cattiva abitudine di venir fuori, alla fine», dice un proverbio turco citato più di una volta dallo storico Taner Akçam nel suo libro, "Killing Orders. I telegrammi di Talaat Pasha e il genocidio armeno" (uscito in Italia per Guerini nel 2020), in cui giunge alla definitiva dimostrazione che quei famosi telegrammi - raccolti e poi venduti da un funzionario dell'amministrazione turca a un giornalista armeno nel 1918 - sono assolutamente autentici. Definito dal "New York Times" come «lo Sherlock Holmes del genocidio armeno», Akçam stesso (un intellettuale turco che ha conosciuto la prigione nel suo Paese, insegna negli Stati Uniti, ed è da decenni uno splendido combattente per la verità, in parole e opere) definisce la sua opera come la pistola fumante degli studi sulla tragedia armena. Ma perché questo gruppo di telegrammi è così importante? Cosa c'è in quei pochi testi che ne rende l'autenticità talmente fondamentale per la causa armena che è valsa la pena - da parte di vari governi turchi - di architettare complicate narrazioni per cercare di invalidarli? Il fatto è che sono pietre miliari: essenziali, spoglie testimonianze del Male in azione, nella sua forma più autentica, senza infingimenti, senza retorica, senza mascherature di sorta. Il Male allo stato puro: la volontà, espressa con chiarezza e in poche parole brutali (nella lingua dei telegrammi, appunto) che gli armeni andavano soppressi, che non si potevano tollerare scrupoli di sorta, che questo era necessario per il bene della patria, perché amarla significava eliminarne il maggior numero possibile, senza esitazioni e senza riguardi... Dai telegrammi appare con grande chiarezza la programmazione fredda e spietata dei massacri da parte di un gruppo di uomini fanaticamente devoti a quella terribile idea di sterminio totale di una minoranza, che si definisce appunto genocidio. Ma questa è una "parola nuova" per un "crimine nuovo", come aveva ben chiaro in mente Raphael Lemkin, il giurista ebreo polacco che la inventò nel 1944, dopo aver studiato per anni il caso armeno e aver subito l'impatto della Shoah nella propria famiglia, come ebreo. E ne indagò ogni aspetto. Questa parola racchiude in sé, nelle due radici - greca e latina- che la compongono, l'esatto, gelido mondo del suo significato, come venne poi adottato dalle Nazioni Unite nel dicembre 1948. E quindi anche la parte di esso più oscura e meno facile a comprendersi, quella che si accompagna come un'ombra insidiosa alla ferocia distruttiva delle uccisioni, del sangue, dei morti, e cioè la negazione. Se si studiano i parallelismi e le connessioni (oggi supportati da una mole sempre crescente di studi) fra il genocidio armeno e quello ebraico, si può infatti facilmente constatare come - in entrambi i casi - fin dall'inizio gli organizzatori siano stati molto, molto attenti a usare eufemismi e termini addolciti, evasivi o generici per definire le loro "imprese", le cose terribili che stanno ordinando di compiere. Dalle deportazioni verso il nulla nel deserto siriano chiamate "trasferimenti per causa di guerra" ai campi di morte di Ras-ul-Ain o di Deir-es-Zor, chiamati "nuovi stanziamenti famigliari", è tutto un fiorire di termini neutri, a volte addirittura gentili, che in realtà grondano morte. E anche nei telegrammi pubblicati da Akçam si leggono agghiaccianti dettagli, come l'esasperata attenzione dedicata a impedire a stranieri di entrare nei campi di morte, o anche di avvicinarsi a essi, o la continua raccomandazione di bruciare gli innumerevoli cadaveri abbandonati lungo le strade della deportazione, il cui lezzo è ammorbante nel calore estivo: per sbarazzarsene, si cercano operai, e dalla capitale si ordina di non badare a spese... Sono tanti anni che le comunità armene, in tutto il mondo, cercano di ottenere che gli Stati in cui risiedono dichiarino solennemente che allora, nel 1915, gli armeni nell'Impero ottomano furono vittime di genocidio. Non fu massacro, non fu strage: fu genocidio, nel senso vero del termine. E il governo di Turchia visi oppone, con tutti i mezzi, perché conosce il valore di questa parola. L'Italia lo ha fatto due volte, nel 2001 e nel 2019. Negli Stati Uniti, a parte Reagan, una volta e in forma non solenne, i vari presidenti hanno promesso (come Obama), ma non l'hanno mai pronunciata, preferendo usare parole come "stragi" o "massacri".Ieri, 24 aprile 2021, il nuovo presidente Joe Biden ha finalmente saputo dirla, la parola proibita. E questo vuol dire che anche nella grande America la verità- come dice il proverbio turco - ha la cattiva abitudine di venir fuori, alla fine.

Marta Ottaviani: "Il 'revisionismo' turco: le vittime siamo noi"

Bene fa Marta Ottaviani a descrivere la versione turca dei fatti, utile a comprendere la negazione di Stato che il regime di Erdogan fa del genocidio armeno.

Ecco l'articolo:

Una guerra di indipendenza finita male, senza nessun massacro sistematico e mezzo milione di turchi che manca all'appello. Esiste anche una versione di Ankara del genocidio armeno, ma ha fondamenti deboli e una documentazione troppo scarsa per convincere la platea degli storici internazionali, con qualche rara eccezione. Gli armeni, che per tutti da oltre un secolo sono le vittime, per la Turchia sono i traditori. Almeno una parte di loro. Quelli che, credendo alle promesse dei russi, che avevano fatto intravedere la possibilità di ottenere uno Stato di Armenia indipendente, si schierarono dalla parte dell'impero zarista e iniziarono a combattere contro quello ottomano, sul cui territorio avevano prosperato per anni, arrivando ad avere anche ruoli di primo piano alla corte del sultano. Tutto questo succedeva in un momento delicato per la Sublime Porta. L'impero era debole, con le casse vuote e un modo di amministrare la cosa pubblica antiquato. Continuava a perdere territori, soprattutto fra quelle comunità dove nascevano sentimenti di indipendenza e autodeterminazione. Fra questi, sempre secondo la rilettura turca della storia, c'erano anche gli armeni che avevano, almeno in parte, iniziato a partecipare ad azioni eversive nei confronti di un impero morente. Dei sentimenti nazionalisti dei Giovani Turchi e dell'intolleranza crescente verso chi non era musulmano, la versione di Ankara non parla. Ci sono, poi, quegli armeni, centinaia di migliaia, che vivevano sul territorio dell'impero e che nel giro di poco tempo si sono ritrovate vittime di una persecuzione senza precedenti. Anche in questo caso, la Mezzaluna ha la sua verità, che però fa acqua da tutte le parti. Secondo la versione data dal ministero degli Esteri turco, le carovane di armeni che attraversavano l'Anatolia, non furono il frutto di una deportazione, ma di una «relocation», uno spostamento di massa che aveva come scopo quello di proteggerli dal clima che si era venuto a creare, mentre i beni che lasciavano venivano saccheggiati. Durante questo viaggio, sempre secondo i turchi, sarebbero morte al massimo 350mila persone. Decessi che non furono frutto di uno sterminio premeditato e organizzato nei minimi particolari, ma di «tragiche fatalità», dovute a malattie contratte durante il tragitto o ad attacchi di banditi, soprattutto curdi. Le esecuzioni di massa, i campi di sterminio in cui gli armeni furono lasciati morire di fame, gli stupri di gruppo delle donne armene, i corpi seviziati dei bambini, le fosse comuni. Tutte cose che per i turchi semplicemente non sono mai esistite. Una catena di certezze che non ammette dubbi, primo fra tutti il più logico, quello numerico: ossia che ne sia stato dell'oltre milione e mezzo di armeni che vivevano in Turchia, visto che oggi ne rimangono appena 70mila. La risposta è che sono scappati all'estero, soprattutto in Francia e negli Usa e, guardando i numeri, mancano all'appello anche mezzo milione di turchi, uccisi dai russi e dagli armeni. Praticamente un genocidio al contrario. Una versione che la Turchia sta cercando di fare passare negli ambienti internazionali per non fare i conti con il proprio passato. Un riconoscimento del genocidio armeno potrebbe costare milioni di dollari in compensazioni.

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