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Ben Cohen
Antisemitismo & Medio Oriente
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‘I palestinesi non sono Hamas’ 21/10/2023
‘I palestinesi non sono Hamas’
Analisi di Ben Cohen 

(traduzione di Yehudit Weisz)


La popolarità di Hamas cresce su Telegram | Wired Italia

Nel complesso, durante l’ultima settimana sono stato rincuorato dalla risposta dei principali leader della NATO al sanguinoso attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre. Dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden al Primo Ministro britannico Rishi Sunak, dal Cancelliere tedesco Olaf Scholz al francese Presidente Emmanuel Macron, il tono è stato coerente nella sua condanna del massacro, a sostegno del diritto di Israele all’autodifesa e, soprattutto, sensibile agli echi storici discordanti che risuonano nelle menti di ebrei e israeliani. Penso in particolare all'invocazione della Shoah da parte di Biden durante la sua visita a Tel Aviv la scorsa settimana, e all'uso deliberato della parola “pogrom” da parte di Sunak per descrivere le atrocità in un discorso alla Camera dei Comuni.

Ma c’è un aspetto di questo discorso corrente che mi preoccupa, ed è l’assertiva separazione dei “palestinesi” da Hamas. “I palestinesi non sono Hamas, Hamas non parla per loro”, ha dichiarato Scholz durante la sua visita a Tel Aviv, mentre Biden, Macron e Sunak hanno tutti sottolineato lo stesso punto con un linguaggio simile.

E’ proprio vero?    
                                        
Vale la pena sottolineare che in passato ci siamo già trovati di fronte a un enigma simile. Dopo le atrocità dell'11 settembre 2001, alcuni commentatori avevano tracciato una linea retta tra il profeta Maometto, il Corano, la fede islamica e Al-Qaeda; il problema era l’Islam stesso, hanno detto. In risposta, molti politici occidentali, compreso l’allora Presidente George W. Bush, si presero il rischio di descrivere l’Islam come una “religione di pace”, accusando Osama bin Laden e i suoi compagni di dissacrare i principi fondamentali di una nobile fede. La verità, come sempre, stava nel mezzo. È terribilmente semplicistico ridurre un'intera fede a un singolo elemento, che si tratti della jihad implacabile o della eterna pace. I testi sacri islamici certamente non si esimono dalla violenza né sono particolarmente liberali, ma non sono nemmeno un chiaro manifesto di genocidio contro i non credenti. L’Islam può dare sostegno sia agli approcci bellici che a quelli pacifici nelle relazioni internazionali; le svolte della storia umana fanno sì che la prima interpretazione abbia raggiunto una visibilità molto maggiore della seconda.

Si potrebbero fare osservazioni altrettanto opposte sui palestinesi come popolo e su Hamas come organizzazione terroristica? I palestinesi sono in gran parte un popolo pacifico, mal servito dagli assassini e dagli stupratori che li governano? Oppure esiste una linea retta, in fin dei conti, che collega il sistema politico palestinese alle intenzioni genocide di Hamas? Se Scholz ha ragione, allora potremmo concludere che gli infiltrati che hanno compiuto il massacro erano operatori professionisti, che vivevano vite separate dai palestinesi comuni e che non si consultavano con loro su questioni chiave di guerra e di pace.  Ora, se si ricorda il modo in cui Hamas ha preso il potere nella Striscia di Gaza nel 2007, uccidendo e torturando i sostenitori della fazione rivale Fatah, l’argomentazione potrebbe sembrare fondata. Questo però non tiene conto del fatto che nelle elezioni legislative palestinesi dell’anno precedente, Hamas aveva ottenuto una vittoria ritenuta libera ed equa dagli osservatori internazionali. In altre parole, il popolo palestinese ha conferito ad Hamas un mandato di governo che Fatah non poteva digerire; da qui la guerra civile che seguì a Gaza.
Sedici anni dopo, i palestinesi sono ancora governati da Hamas a Gaza, così come lo sono dall’Autorità Palestinese corrotta e dominata da Fatah nelle aree palestinesi della Cisgiordania. Hamas ha un sostegno molto maggiore tra i palestinesi rispetto al partner preferito dell'Occidente, il leader dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas. Durante un decennio di proteste senza precedenti in tutto il mondo arabo, ci sono stati occasionali scoppi di insoddisfazione sia nei confronti di Hamas che di Fatah, ma non c’è stata alcuna “primavera palestinese”. Non è successo nulla che possa mettere in discussione l’idea che Hamas continui a governare a Gaza, nonostante la sua brutalità e il suo fanatismo, con un livello sufficiente di consenso popolare. L’argomentazione “i palestinesi non sono Hamas” è una tesi che l’Occidente è costretto a sostenere, indipendentemente dalla sua veridicità, poiché senza di essa il suo impegno a fornire aiuti umanitari ai palestinesi di Gaza diventa molto più difficile da giustificare.

C’è una forte motivazione morale per cui qualsiasi aiuto all’enclave costiera dovrebbe essere condizionato al rilascio immediato dei quasi 200 israeliani che languiscono prigionieri di Hamas, alcuni dei quali con ferite fisiche riportate durante il pogrom terroristico. Inizialmente, l’Unione Europea ci ha sorpreso quando uno dei suoi commissari, Oliver Varhelyi, ha annunciato un’immediata sospensione degli aiuti in seguito all’invasione del 7 ottobre, ma è stato rapidamente isolato dalla maggior parte dei suoi colleghi. Nei giorni successivi, la decisione sulla questione degli aiuti da parte dei governi europei e dell’amministrazione statunitense, che ha promesso ulteriori 100 milioni di dollari, si è ulteriormente rafforzata. Non dovremmo avere dubbi sul fatto che l’attuale flusso di sovvenzioni sia un dono per Hamas, poiché gli consentono di sostenere la campagna per l’annientamento dello Stato ebraico. Sono pure un dono le grottesche falsità che l’accompagnano e che non vengono contraddette – la più recente, la menzogna secondo cui un attacco aereo israeliano, e non il malfunzionamento di un missile terroristico, è stato il responsabile dell'esplosione presso l'ospedale Al Ahli di Gaza City. Questo, forse, è il prezzo del sostegno dell'Occidente alla controffensiva israeliana, nel senso che qualche concessione ai palestinesi deve essere fatta... e deve essere percepita come tale. A un livello più profondo, la posizione sugli aiuti è un potente simbolo dell’incapacità dell’Occidente di cogliere la natura della guerra palestinese contro Israele. Per quasi un secolo, sia i nazionalisti laici che gli islamisti si sono concentrati molto più sullo sminuire il legame ebraico con la terra in cui vivono e sulla descrizione del sionismo come razzismo, che trovare una soluzione politica per le persone che rappresentano.  

Non tutti i palestinesi sono sostenitori di Hamas, ma pochissimi di loro aderiscono a idee inclusive e democratiche; se non sostengono Hamas, allora le alternative principali sono Fatah, il Fronte popolare per la liberazione della Palestina, una serie di altre fazioni di sinistra e islamiste e qualche occasionale candidato “indipendente” – nessuno dei quali è riuscito a rompere gli schemi della politica palestinese. In un tale ambiente, la pace, nella migliore delle ipotesi, può essere intesa solo come l’assenza di una guerra attiva. Se e come questa situazione cambierà dipenderà ora in gran parte dalle prossime mosse di Israele sul fronte militare. La sfida principale sarà quella di mantenere il sostegno occidentale a Israele durante i molti giorni difficili che verranno. L'obiettivo dichiarato di Gerusalemme di distruggere Hamas probabilmente si scontrerà con gli impegni di aiuto assunti dai Paesi occidentali, che manterranno fede al mantra “i palestinesi non sono Hamas”, nonostante ogni prova contraria.
                  
Ben Cohen Writer - JNS.org
Ben Cohen, esperto di antisemitismo, scrive sul Jewish News Syndicate
                                                                                                                   

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