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Ben Cohen
Antisemitismo & Medio Oriente
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Israele dovrebbe guidare la lotta contro l'antisemitismo? 12/10/2022
Israele dovrebbe guidare la lotta contro l'antisemitismo?
Analisi di Ben Cohen

(traduzione di Yehudit Weisz)


Governments must step up the fight against antisemitism in all its forms,  says anti-racism commission - Newsroom

La valutazione annuale appena pubblicata del Jewish People Policy Institute (JPPI) con sede a Gerusalemme, è una lettura che fa riflettere quando si arriva al capitolo riguardante l'antisemitismo. Non è che il rapporto contenga nuove informazioni o nuovi approfondimenti. L'analisi nella pubblicazione del JPPI, in gran parte ricavata da report di altre istituzioni, rileva che negli ultimi due anni, due eventi - la guerra a Gaza tra Israele e Hamas nel maggio del 2021 e la persistenza della pandemia di COVID-19 - hanno profondamente plasmato l’espressione del pensiero antisemita e la nostra percezione di esso. Inoltre, osserva che la “lotta contro l'antisemitismo ha raggiunto una crescente consapevolezza e sostegno. È al centro più che mai di conferenze e seminari e le iniziative legislative contro l'antisemitismo si sono moltiplicate”.  Eppure, aggiunge, nonostante “la proliferazione di iniziative, alcuni report hanno affermato che lo sforzo per sradicare l'antisemitismo è un 'fallimento'”. Dato che c'è un punto interrogativo sul fatto che l'antisemitismo possa mai essere completamente sradicato, e non sul fatto che possa essere controllato ed emarginato, tali giudizi sugli sforzi esistenti forse non sono equi. Comunque sia, è certamente vero che negli ultimi anni un'infrastruttura senza precedenti creata per contrastare l'antisemitismo si è cristallizzata proprio mentre il problema è peggiorato in una dimensione che non si vedeva dalla Seconda Guerra Mondiale. Molti Paesi democratici hanno designato dei funzionari governativi appositi, per affrontare la lotta contro l'antisemitismo e la protezione della vita ebraica in generale. Questa infrastruttura globale ha quasi 20 anni e i primi passi verso la sua creazione sono stati fatti nel 2003 a seguito di un'importante conferenza intergovernativa sull'antisemitismo gestita dall'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Durante quel periodo, questi funzionari hanno evidenziato argomenti simili per contrastare l'antisemitismo su entrambe le sponde dell'Oceano Atlantico: più insegnamento sulla Shoah nelle scuole, più formazione per agenti di polizia, soccorritori di emergenza e altro personale in prima linea nel riconoscere e controbattere l'antisemitismo, e per ultima la promozione attiva della definizione operativa dell'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) del concetto di antisemitismo, che tra i suoi esempi comprende casi di anti Sionismo.
Un resoconto particolarmente cupo di ciò che la rinascita dell'antisemitismo ha significato per le comunità ebraiche è stato fornito la scorsa settimana da Eddo Verdoner, il coordinatore nazionale nominato dal governo per contrastare l'antisemitismo nei Paesi Bassi. In un'ampia intervista al quotidiano olandese Trouw , Verdoner ha rivelato che il suo ufficio è inondato di segnalazioni di studenti ebrei e dipendenti ebrei che si lamentano di molestie antisemite, come per esempio, il fatto che agli ebrei viene detto che devono criticare le politiche di Israele nei confronti dei palestinesi prima di poter partecipare a un dibattito nel campus. “Il risultato è che gli ebrei nascondono la propria identità oppure se ne devono scusare”, ha osservato Verdoner. “I bambini dicono: 'Ma perché sono qui?' Oppure addirittura non vogliono essere ebrei... Un bambino dovrebbe essere in grado di esprimere la sua identità a scuola, uno studente dovrebbe sentirsi al sicuro all'università e le persone sul posto di lavoro dovrebbero poter dire ai colleghi di essere ebree, senza alcuna preoccupazione”. Questa affermazione di una semplicità disarmante, è più rivelatrice delle aride statistiche che documentano l'ascesa del fermento antisemita sia in Europa che in Nord America. In sostanza, Verdoner sta dicendo che il clima di paura tra gli ebrei nei Paesi Bassi, dove il numero dei membri della comunità è stimato tra 30.000 e 50.000, è diventato così grande da essere un elemento cruciale nella loro routine quotidiana. Evidentemente molti ebrei olandesi si stanno chiedendo: la mia identità ebraica mi creerà un nuovo problema oggi?     

Come chiarisce il rapporto JPPI, questi problemi non sono limitati ai Paesi Bassi. Anche in Francia, osserva, gli studenti ebrei sono ugualmente inclini a nascondere la propria identità di fronte all'ostilità, mentre continua di buon passo il trasferimento degli ebrei dai quartieri a minore presenza ebraica verso quelli dove è più elevata – fenomeno da alcuni chiamato “Aliyah interna”. E nascondere la propria identità ebraica è un fatto che avviene anche negli Stati Uniti. Il rapporto JPPI ha citato uno studio dell'American Jewish Committee che ha scoperto che “quattro ebrei americani su dieci affermano di aver evitato di pubblicare contenuti online che rivelassero la loro ebraicità o le loro opinioni su questioni ebraiche, e Il 22 per cento si è astenuto dall'esporre pubblicamente oggetti ebraici”. Sebbene il rapporto JPPI in realtà non ci dica nulla sull'antisemitismo che non sapessimo già, è comunque un'utile panoramica delle sue dimensioni globali. Ma colpisce la sua conclusione. “Il ritorno dell'antisemitismo potrebbe diventare un appuntamento fisso a lungo termine del discorso globale, mentre la capacità delle comunità ebraiche e di Israele di influenzarlo è limitata”, afferma. “In queste circostanze, Israele, in quanto forza organizzativa ebraica più forte nel mondo, non può limitare i propri tentativi di 'combattere l'antisemitismo'. Gli israeliani devono capire cosa significherà vivere in un'era in cui l'antisemitismo è un elemento cruciale nella vita ebraica e prepararsi di conseguenza, formulando piani per un'adeguata attività educativa, diplomatica e di sicurezza”. Quindi, prosegue il rapporto, la risposta all'antisemitismo dovrebbe essere affidata a “un’unica istituzione integrata con poteri e capacità fattuali” creata dal governo israeliano. Per chiunque abbia familiarità con gli alti e bassi dell'antisemitismo negli ultimi 20 anni, una proposta del genere dovrebbe far riflettere. Il governo israeliano è stato un partner importante nella lotta contro l'antisemitismo, ad esempio conducendo una campagna sui social media per contrastare il movimento antisionista per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) attraverso il suo Ministero degli Affari Strategici. Ma non ne consegue logicamente che il governo israeliano debba essere l'indirizzo principale per coloro che vogliono intensificare la lotta contro l'antisemitismo. Ci sono diverse ragioni per questo. Per cominciare, l'antisemitismo colpisce gli ebrei che sono cittadini di altri Paesi, non di Israele; sono i loro governi che devono essere mobilitati e sono le organizzazioni ebraiche locali, non i diplomatici israeliani, che si trovano nella posizione migliore per garantire quella risposta. Inoltre, Israele non è solo uno Stato ebraico, ma è anche un membro attivo della comunità internazionale; negli ultimi anni e mesi, Israele ha affrontato tensioni diplomatiche con Polonia, Francia e Russia, tra gli altri Paesi, per l'antisemitismo al loro  interno. Rendere l'antisemitismo una priorità confermata, porterà ad una maggiore o minore chiarezza di  pensiero quando si tratta di formulare la politica estera israeliana? La giuria non ha risposto a questa domanda. Infine, che tristezza, il fatto che Israele prenda le redini in questa particolare lotta rafforzerà semplicemente il refrain antisemita secondo cui tutti gli ebrei sono intimamente israeliani e che sono più fedeli a Israele che ai loro Paesi di cittadinanza. Meglio, quindi, che Israele rimanga quello che è sempre stato: un faro di speranza e un rifugio per coloro che ne hanno bisogno, ma non un governo sostitutivo degli ebrei nella diaspora.

Ben Cohen Writer - JNS.org
Ben Cohen, esperto di antisemitismo, scrive sul Jewish News Syndicate

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