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Ben Cohen
Antisemitismo & Medio Oriente
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Il movimento ispiratore della protesta in Iran 25/09/2022
Il movimento ispiratore della protesta in Iran
Analisi di Ben Cohen

(traduzione di Yehudit Weisz)


Iran police battle protesters in Tehran as unrest over woman's death  spirals - BBC News

E’  impossibile non sentirsi attoniti e più piccoli di fronte al coraggio del popolo iraniano. Dagli autisti di autobus ai docenti universitari, ancora una volta una rappresentanza trasversale della società iraniana è scesa nelle strade di Teheran e di altre città in un nuovo giro di proteste contro il brutale regime islamista che la governa dal 1979. Ad innescare queste ultime manifestazioni è stata la morte di Mahsa Amini, 22 anni, mentre si trovava nelle mani della polizia. Amini era stata arrestata a Teheran dalla cosiddetta “Polizia della morale” del regime - teppisti in uniforme il cui compito, in un contesto occidentale, sarebbe correttamente interpretato come quello di molestatori sessuali - per il reato di aver indossato in modo improprio il suo hijab, o velo. Dopo la grande ondata di proteste anti-regime del 2009, molte donne iraniane si sono consapevolmente spinte oltre i limiti del codice di abbigliamento austero e misogino della Repubblica islamica, adattando i loro hijab per riuscire a mostrare ciocche di capelli o applicando un trucco leggero sui loro volti. Dato che Amini avrebbe presumibilmente fatto qualcosa del genere con il suo copricapo, mentre era sotto la custodia della polizia è stata selvaggiamente picchiata, ha perso conoscenza e il 16 settembre è morta per le ferite riportate, dopo aver trascorso tre giorni in coma. La spiegazione ufficiale del regime è che Amini - a detta di tutti, una giovane donna sana senza pregresse patologie respiratorie o cardiache - è morta di infarto dopo che “improvvisamente” erano insorte delle complicazioni. Ovviamente poche persone l’accettano, meno di tutti la famiglia di Amini. In una straziante intervista rilasciata al canale in lingua farsi della BBC , Amjad, l’addolorato padre di Amini, aveva accusato il regime di “raccontare bugie”, aggiungendo: “Per quanto li abbia supplicati, non mi hanno permesso di vedere mia figlia.”  Quando finalmente ad Amjad Amini è stato concesso di vedere il corpo senza vita di Mahsa, seppur interamente coperto,  lui ha potuto notare delle lesioni ai suoi piedi. “Non ho idea di cosa le abbiano fatto”, piangeva, con quell’angoscia particolare di un genitore in lutto.                                                                                 

Finora centinaia di manifestanti sono stati feriti e parecchi uccisi durante le dimostrazioni di protesta scoppiate in seguito alla morte di Amini, ma come in passato, la sistematica violenza del regime contro i propri cittadini non ha ancora domato il loro spirito. Mentre il presidente del regime Ebrahim Rais - noto come il “macellaio di Teheran” per il suo servizio nei terrificanti “Comitati della morte” post-rivoluzionari del regime - partecipava alla riunione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, durante la quale in un’intervista a "60 Minutes” ha negato la Shoah e ha cancellato con stizza un'intervista con Christiane Amanpour,  la corrispondente della CNN, a causa del suo rifiuto di indossare il velo, in Iran i manifestanti cantavano “Morte a Raisi” e auguravano la stessa sorte ad altre figure di spicco del regime, come Mojtaba Khamenei, figlio del leader supremo malato, l’ Ayatollah Ali Khamenei, e suo potenziale successore. La volontà del popolo iraniano di affrontare il regime è stata mostrata più e più volte negli ultimi 13 anni. Purtroppo, il pubblico occidentale, che dovrebbe veramente essere stimolato  da tali scene, ha avuto invece la tendenza a guardare  altrove, mentre i nostri governi sono stati  diligenti nell'esprimere solidarietà verbale senza fare nulla di significativo per aiutare a far sloggiare i mullah al potere. Ci sono molte ragioni per questo. A sinistra, c'è un forte senso di colpa per il colonialismo, derivato dal colpo di Stato del 1953 con l’appoggio della CIA contro il Primo Ministro nazionalista Mohammed Mossadegh, che lascia nervosi i liberali occidentali nel criticare la repressione interna, anche quando la vittima è una giovane donna.                                                 

Sia a sinistra che a destra, negli ultimi anni c'è stata una maggiore accettazione del relativismo culturale, con razionalizzazioni sia “woke” che conservatrici facilmente utilizzabili, insieme con una più ampia disillusione riguardo all'idea che la democrazia liberale dovrebbe essere un sistema universale. L'hijab, in particolare, lascia perplessi. In America e in Europa, dove le comunità musulmane sono spesso vittime di razzismo e discriminazione, l'hijab è diventato virtualmente un simbolo dei diritti civili, perché molte donne musulmane liberamente e con orgoglio lo indossano nonostante gli innumerevoli casi di aggressioni fisiche a quelle che lo fanno. Ma nelle mani del regime iraniano, l'hijab è un simbolo di repressione, qualcosa che viene imposto a tutte le donne indipendentemente dal fatto che siano musulmane o provengano da minoranze zoroastriane, cristiane, ebraiche, baha'i o da altre minoranze religiose. Se accettiamo il principio che spetta alle donne musulmane stesse, e non alle autorità statali, decidere se coprirsi o meno il capo, allora non possiamo non essere commossi dalle proteste in Iran, e in particolare dallo spettacolo delle donne di tutte le età che si strappano i loro hijab e li sventolano con aria di sfida nei confronti delle forze armate. Il governo degli Stati Uniti ha espresso il suo sostegno alle proteste, anche se il discorso del Presidente Joe Biden all'Assemblea generale delle Nazioni Unite è stato deludente per la sua  reticenza nei confronti dell'Iran, salutando le “donne coraggiose” scese in piazza, senza aggiungere altro. Giovedì scorso, gli Stati Uniti hanno annunciato sanzioni alla Polizia della Morale, citando l'uccisione di Amini, nonché,  secondo una dichiarazione del Dipartimento del Tesoro, provvedimenti contro specifici agenti che “sorvegliano le organizzazioni che utilizzano regolarmente la violenza per reprimere manifestanti pacifici e membri della società civile iraniana, dissidenti politici, attiviste per i diritti delle donne , e membri della comunità baha'i iraniana.” Queste sono misure benvenute, ma certamente non espelleranno il regime dal potere. Come dimostrato dall'esempio del Venezuela, il principale alleato dell'Iran nell'emisfero occidentale, i partiti di opposizione possono persino farsi riconoscere come governo legittimo da nazioni straniere e comunque non estromettere i loro governanti dai loro palazzi. Probabilmente, l'area più vulnerabile per i governanti iraniani è il loro tentativo di controllare la fornitura e il flusso di informazioni, negando la copertura Internet a interi quartieri di Teheran e bloccando Instagram, una delle app più popolari utilizzate dai giovani iraniani. Uno dei fattori alla base di questa decisione deriva dal disagio del regime nei confronti dei cittadini del mondo che guardano sugli schermi dei computer e dei cellulari filmati inediti delle proteste e della loro corrispondente repressione. Lo spesso eccentrico Elon Musk, ha avuto un suggerimento sensato al riguardo: esentare Starlink, che fornisce l'accesso a Internet via satellite, dalle dure sanzioni già imposte all'Iran. Ciò consentirebbe il continuo caricamento di video e foto scattate dai manifestanti, rendendo la propaganda del regime ancora più debole e ridicola. Dobbiamo incoraggiare più iniziative come questa, in modo che il controllo della narrativa spetti ai manifestanti e non a coloro che tentano di schiacciarli.                                                                                                                                       Per gli ebrei c'è una naturale simpatia per un movimento di protesta che cerca di rovesciare un regime che nega la Shoah e che sostiene la distruzione violenta di Israele.                 

Mentre celebriamo la festa di Rosh Hashanah, gustando mele addolcite con miele con l’augurio di di un buon anno a venire, forse possiamo anche offrire una preghiera per alleviare le lacrime salate delle madri e dei padri iraniani che hanno perso i loro figli durante queste proteste. A loro, come a tutti voi che state leggendo, auguro di cuore Shana Tovah.

Ben Cohen Writer - JNS.org
Ben Cohen, esperto di antisemitismo, scrive sul Jewish News Syndicate


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