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Ben Cohen
Antisemitismo & Medio Oriente
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La ‘Scrofa degli ebrei’, ieri e oggi 27/06/2022
La ‘Scrofa degli ebrei’, ieri e oggi
Analisi di Ben Cohen

(traduzione di Yehudit Weisz)


Top German court rules church can keep antisemitic 'Judensau' bas relief |  The Times of Israel

Due notizie importanti che questo mese hanno fatto scalpore sui giornali in Germania, si sono concentrate in modo piuttosto sorprendente sulle raffigurazioni negative degli ebrei nelle opere d'arte, sollevando, ancora una volta, la questione se queste visualizzazioni debbano essere contestualizzate e spiegate, o se dovrebbero essere rimosse del tutto dagli sguardi del pubblico. La cosa veramente interessante è che ben 700 anni separano l'una dall'altra le opere d'arte in questione: la prima è datata nel 14° secolo e la seconda nel 21°. Nel primo caso, si può vedere l'opera incriminata sull'edificio di una chiesa medievale, mentre nel secondo, il terreno di scontro - termine che non uso alla leggera, ma qui è appropriato - è una mostra d'arte contemporanea dedicata alle avanguardie, che ogni cinque anni viene allestita in Germania. Eppure, nonostante la grande distanza in termini di tempo tra queste opere d'arte, quando si tratta del loro contenuto sono inquietantemente simili, perfino nell'associare l’ebreo al maiale, un animale il cui consumo è ovviamente vietato nella tradizione ebraica. I due casi a cui mi riferisco riguardano, rispettivamente, una scultura brutalmente antiebraica che nel 1305 fu fissata alle pareti esterne della Chiesa medievale di Wittenberg (la stessa città dove, più di 200 anni dopo, il riformatore protestante Martin Lutero pronunciò i suoi sermoni violentemente antiebraici) e un murale esposto al festival d'arte Documenta a Kassel, da tempo considerato uno dei momenti salienti del calendario dell'arte contemporanea. La scultura ‘Judensau’ (‘Scrofa degli ebrei’) nella chiesa di Wittenberg è francamente rivoltante. Mostra un gruppo di ebrei inginocchiati che vengono allattati da una scrofa, con accanto delle parole senza senso “Vom Schem Hamphoras”, un'insulsa corruzione di uno dei nomi di Dio nella religione ebraica. All'inizio di questo mese, una Corte d'appello federale si è pronunciata contro un querelante che aveva cercato di far rimuovere la scultura dalla chiesa per il suo carattere ripugnantemente antiebraico.

Nel frattempo, il murale “People's Justice” (“Giustizia del popolo”) che era in mostra al festival Documenta - la creazione di un collettivo di artisti indonesiani del 2002 - presentava due caricature sfrontatamente antisemite accanto a raffigurazioni poco lusinghiere delle figure militari e dei burocrati che avevano sostenuto la brutale dittatura di Suharto in Indonesia tra il 1967 e il 1998. La prima caricatura mostrava un uomo con il naso adunco e i denti dotati di zanne, che portava cernecchi laterali e che indossava un cappello nero tradizionalmente associato agli ebrei ortodossi, con in rilievo le lettere "SS", un riferimento all'organizzazione paramilitare nazista. Una seconda immagine nello stesso murale mostrava un soldato che indossava un elmetto sulla testa di un maiale, sì, e decorato con la parola "Mossad", l'agenzia di sicurezza e intelligence israeliana. In contrasto con il “Judensau” di Wittenberg, il murale “People's Justice” è stato rapidamente coperto una volta identificate le immagini incriminate e poi completamente rimosso dallo spettacolo. Vale la pena vagliare queste due decisioni per stabilire se queste risposte - mantenere un'opera d'arte al suo posto ma sbarazzarsi dell'altra - fossero quelle corrette. Per quanto inquietante sia un'immagine "Judensau", il dibattito su cosa fare al riguardo è stato calmo e ragionato rispetto agli accesi scontri sulla mostra d'arte Documenta 15. Nella sua sentenza avversa al querelante Michael Dullman, un ebreo tedesco di 79 anni, la Corte federale di giustizia ha stabilito che non era necessario rimuovere la scultura dal muro esterno della chiesa poiché, fin dal 1988, era stata aggiunta una targa commemorativa di accompagnamento rivolta ai visitatori, designando "Judensau" come parte del percorso dell'antisemitismo tedesco che era culminato nella Shoah. Il Consiglio Centrale degli Ebrei Tedeschi ha ampiamente concordato con la decisione, sebbene abbia affermato che l'attuale placca non equivale a "una condanna inequivocabile della scultura". Questa mancanza tuttavia non dovrebbe suscitare richieste per la sua rimozione; piuttosto, quello che serve è una spiegazione più chiara e più incisiva di ciò che rappresenta questa immagine spaventosa. Invece di censurare importanti cimeli storici, si sostiene, dovremmo lasciarli al loro posto e usarli come un'opportunità per educare il grande pubblico sui pericoli dell'antisemitismo. Perché non si dovrebbe applicare questo stesso principio a un'opera d'arte creata molto più recentemente? Al festival di Documenta è stata presa la decisione di rimuovere del tutto il murale “Giustizia del popolo” a causa della sua iconografia antisemita. Ci sono alcune differenze importanti tra i due casi, il che spiega perché, nel caso del festival Documenta, l'unica opzione plausibile fosse quella di rimuovere il murale.

La prima ovvia differenza è che lo “Judensau” viene presentato al pubblico come un episodio particolarmente vergognoso nella lunga storia della persecuzione ebraica in Germania. Non vi è alcuna approvazione della scultura, ufficialmente o meno; come ha sostenuto il giudice della causa, con un'esposizione contestualizzata a fianco della scultura, il "Judensau" si trasforma da "monumento alla vergogna" in un "memoriale". Il murale, al contrario, è stato proposto alle persone presenti per conquistare sia la loro ammirazione per i suoi meriti artistici sia, cosa forse più importante, la loro empatia per la sofferenza del popolo indonesiano sotto Suharto, che viene lì raffigurata. Allora, cosa si fa quando un'opera d'arte presentata come la voce autentica del “Sud del Mondo” – il tema dell'attuale festival Documenta – contiene anche immagini che demonizzano gli ebrei? Purtroppo, la risposta di troppe persone di fronte a queste spinose questioni è di rimanere in silenzio o di fingere che l'opera d'arte non stia davvero spingendo all’odio nei confronti degli ebrei, ma all'odio per "capitalismo", "imperialismo", "sionismo", " corruzione" o qualche altra parola in codice. Poiché le immagini antisemite nel murale sono così ovvie e rozze, non c'era comunque molto dibattito da tenere. La vera domanda è: perché la consapevolezza che ha colpito tutti coloro che sono coinvolti nella controversia "Judensau" – ossia che la scultura stessa è un orrore, anche se ci sono disaccordi su cosa farne - non si è manifestata con gli organizzatori di Documenta prima che esplodesse lo scandalo su un murale, che conteneva una versione contemporanea dello "Judensau"? Alcuni diranno che la polemica sull'antisemitismo a Documenta - andando ben oltre il murale, collegandosi alle simpatie pro-BDS dei suoi curatori indonesiani e ai loro inviti ai gruppi palestinesi che commerciano in tropi similmente antisemiti - prova semplicemente che c'è bisogno di fare di più per educare le persone sull'antisemitismo. Fondamentalmente, ciò implica non solo la capacità di identificare l'odio contro gli ebrei, ma di denunciarlo indipendentemente dal contesto in cui appare. In Germania, la terra della Shoah, a quanto pare, è ancora un chiedere troppo.

Ben Cohen Writer - JNS.org
Ben Cohen, esperto di antisemitismo, scrive sul Jewish News Syndicate

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