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Diego Gabutti
Corsivi controluce in salsa IC
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'La terra inumana', di Józef Czapski 12/03/2023
Riprendiamo da ITALIA OGGI di oggi, 12/03/2023, la recensione a "La terra inumana" di di Diego Gabutti.

La terra inumana - Józef Czapski - Libro - Adelphi - Biblioteca Adelphi |  IBS
Józef Czapski, La terra inumana, Adelphi 2023, pp. 459, 28,00 euro.

«Ja tože aziat, anch’io sono asiatico, avrebbe detto Stalin al ministro giapponese Matsuoka». Lo racconta Józef Czapski, autore di La terra disumana, esemplare e impeccabile testimonianza della vita sotto i gangster staliniani (così li chiamò Trotskij un attimo prima di finire con la testa fracassata dalla picozza d’un sicario, come nei film di mafia).
Storia, da un lato, del destino d’una nazione, la Polonia, dapprima devastata dall’invasione degli eserciti alleati di Urss e Germania, poi ridotta in schiavitù dai conquistatori, uno dei quali, la Russia, dovrà però liberare gli schiavi e allearsi con loro contro il Terzo Reich, La terra inumana è anche ciò che dice il titolo. Cioè un reportage dall’inferno marxleninista: per Czapsky l’Urss è «la terra inumana», più tardi per Solženicyn sarà l’«arcipelago Gulag», per Donald Reagan «l’impero del male». Quando Stalin si definisce «un asiatico», despota e khan dei bolscevichi, spiega la sostanza del problema: la Russia di Lenin e Stalin (come prima la Russia degli zar, e oggi quella di Putin, degli oligarchi, degli stupri e dei saccheggi) è puramente e semplicemente l’opposto della civiltà. Inutili i distinguo da nostalgici dell’Urss e da pacifondai. Così stanno le cose, e sono irrimediabili, come il «pittore, saggista e critico d’arte» Józef Czapsky sapeva bene.

Józef Czapski | Wystawa w Kordegardzie. Galerii Narodowego Centrum Kultury.  - YouTube
Józef Czapsky

Già autore d’un bellissimo e terribile memoriale dal Gulag, Proust a Grjazovec, Adelphi 2015, apparso in prima edizione a Parigi nel 1948, Czapsky pubblicò La Terra inumana un anno più tardi. Qui storia del regime terroristico e storia dei polacchi deportati, torturati, liberati si confondono e sono tra loro indistinguibili, com’è indistinguibile l’interno del Gulag dall’esterno, la vita «libera» dalla vita dietro il filo spinato. Mai, nella storia dell’umanità, s’era assistito a niente di simile: la tirannia spacciata per libertà, l’oppressione per benevolenza, il cannibalismo per misericordia, il vero per falso. Qui in Occidente siamo andati avanti a questionare sui responsabili del massacro di Katyn’ (22.000 ufficiali polacchi liquidati in poche ore) fino all’ultimo giorno dell’impero sovietico. Era stato Hitler, come diceva Stalin? Oppure era stato Stalin, come negavano, gonfiando le vene del collo, i suoi fan occidentali? Czapsky aveva spiegato in ogni dettaglio tutta la storia, addebitando l’eccidio a Stalin, che l’aveva ordinato, in un saggio del 1948 (che trovate in appendice a La terra inumana).
«Ma no, questo nessuno lo può capire», scrive Czapsky. «Ci vorrebbe un grande osservatore, uno scrittore di genio, un nuovo Tolstoj o un nuovo Proust, russo o polacco, capace di descrivere ciò che qui è presente ovunque, in ogni istante, e che si rivela nella vita normale, di tutti i giorni, in un piccolo gesto, in uno sguardo. Non parlo dei disagi, o della fame: queste sono cose meno importanti rispetto a un tale annientamento degli esseri umani, rispetto agli sguardi muti delle persone, fra cui non c’è quasi nessuno che non abbia almeno un proprio caro nei campi del Nord. Non so quanta gente sia detenuta nelle prigioni e nei campi di lavoro. Si sentono cifre che vanno dai sedici ai trentacinque milioni, ma è significativa la reazione d’un giudice istruttore che, quando un mio conoscente, che lui stava interrogando, gli disse che noi polacchi siamo trenta milioni e che non sarebbe stato così facile sterminarci, scoppiò in una risata. “Capirai”, disse, “solo nei campi di lavoro e nelle prigioni ne abbiamo di più!”» Eppure per un attimo, quando le armate tedesche presero la Russia d’assalto, il terrore sembrò dissolversi, l’orizzonte schiarirsi, e per un po’ fu quiete nell’occhio della tempesta.

Come nel febbraio 1917, quando venne deposto lo zar, anche nel 1941, quando Hitler invase l’Urss, sembrò «che la magia dell’autorità fosse svanita d’un tratto», scrive ancora Czapsky, «e che tutti i ceppi fossero caduti: il poliziotto grassoccio dell’Ochrana che nel 1917 cercava di sparire tra la folla alla Fontanka, sgattaiolando via rasente i muri, era simile al commissario politico che nel 1941 passava furtivamente tra i vagoni, spaventato. [Un’ondata] di rancore e odio contro il regime dilagò ovunque in quei brevi mesi in cui, sotto la pressione dell’offensiva tedesca, si era attenuata la morsa dell’Nkvd. Su un treno diretto a Mosca, un comunista membro del partito mi raccontò delle tessere del partito date alle fiamme, dell’ondata di sabotaggi. [...] Soltanto le notizie sulle disumane, insensate atrocità di massa perpetrate dai nazisti, inverosimili all’inizio anche per i russi, avrebbero ribaltato gli umori».
Come oggi in Ucraina, dove gli eredi del Soviet supremo evitano ogni riferimento all’«Holodomor», il genocidio per fame degli ucraini programmato da Stalin negli anni trenta dello scorso secolo, anche nel 1941, dopo aver sterminato decine di migliaia d’ufficiali polacchi a Katyn, dopo avere internato centinaia di migliaia di uomini, di donne e bambini polacchi nei campi di lavoro, gli «asiatici» al potere in Russia «scordarono», scrive Czapsky, «tutto quanto ci avevano fatto». Brutalizzati e assassinati, fino a pochi mesi prima, perché avevano osato combattere i tedeschi quando Hitler e Stalin erano alleati, ora che Hitler aveva invaso l’Urss i polacchi sopravvissuti ai campi di lavoro, alle sevizie, alla fame, al freddo, alle malattie venivano liberati dai lager. Senza che si facesse parola di quant’era appena avvenuto, erano invitati a organizzare un proprio esercito.

Non che Stalin li volesse armare sul serio. Se l’avesse fatto, si sarebbe ritrovato con un esercito di «zek» sul proprio territorio. E naturalmente tutto s’augurava, tranne che truppe autonome d’ex prigionieri, reduci da lager e camere di tortura, gente che lì nella «terra inumana» aveva visto uccidere con una revolverata nella nuca i propri figli, le mogli, gli amici, i compagni, i parenti, girasse armata (e verosimilmente tentata di vendicarsi) nel suo vasto e sanguinario padiglione degli orrori. Ma doveva arruffianarsi le potenze occidentali, in primis l’Inghilterra, e allora assicurava ai generali e ai politici polacchi appena liberati dalla Lubianka che c’erano dei contrattempi, è la guerra, voi capite bene, ma che prima o poi, parola di mostro, l’Urss avrebbe consegnato all’armata polacca in esilio le armi inviate dagli alleati. Non successe mai, naturalmente. Per armarsi, e per poter combattere finalmente la Germania, l’esercito polacco dovette trasferirsi in Persia, su convogli ferroviari improvvisati. Stalin non poté opporsi, ma c’è da credere che l’avrebbe fatto volentieri. Già sognava, infatti, d’impadronirsi della Polonia, come nell’ultimo anno Putin, un suo fan, ha sognato di riconquistare l’Ucraina con un nuovo «Holodomor», tuttora in atto.
Lasciata l’Unione sovietica, riparato in Persia, quando poté finalmente affidare i suoi appunti a un taccuino senza temere che un čekista li leggesse e gli saltasse alla gola, Czapsky annotò le ultime parole d’una giovane studentesse [mortalmente] ferita dopo un terribile incidente stradale. «Era circondata dai corpi [senza vita] delle sue compagne, ma sentiva la morte sulle rocce della remota Persia come una morte fortunata, perché era libera, disse, e fuori dai confini della “terra inumana”».

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Diego Gabutti

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