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Diego Gabutti
Corsivi controluce in salsa IC
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Guerre nel lager, tra zek e contro il KGB 06/02/2022
Guerre nel lager, tra zek e contro il KGB
Da 'Mangia ananas, mastica fagiani', di Diego Gabutti

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Diego Gabutti

Mangia ananas, mastica fagiani. Vol. 2: Dai Processi di Mosca al «disgelo» e  a Pol Pot. - Diego Gabutti - Libro - WriteUp - | IBS
Diego Gabutti, Mangia ananas, mastica fagiani, vol. 2. Dai Processi di Mosca al disgelo e a Pol Pot, WriteUp, Roma 2022

 La «guerra delle cagne» [detenuti «comuni» diventati kapò] divampò all’incirca a partire dal 1949 (se non si contano i continui singoli casi di accoltellamento fra ladri e «cagne»). Nel 1951 e nel 1952 infuriava ancora. Il mondo della malavita si scisse in numerose risme: oltre ai ladri e alle cagne propriamente detti c’erano i «senza limite» («ladri senza limite»); «quelli di Machno»; gli irriducibili; i «cappuccetti rossi»; «quelli col piccone alla cintura» – e non sono ancora tutti. A quel tempo la direzione del Gulag, ormai delusa dalle infallibili teorie sulla rieducazione dei malavitosi, aveva evidentemente deciso di giocare sulle divisioni, sostenendo ora questo ora quel gruppetto, e annientando l’uno per mezzo dei coltelli dell’altro. Gli accoltellamenti avvenivano apertamente e massicciamente. Poi i malavitosi assassini si adeguarono: o non uccidevano con le proprie mani oppure, se lo facevano, costringevano altri ad attribuirsene la colpa. In tal modo giovani delinquenti comuni o ex soldati ed ex ufficiali si attribuirono la colpa d’un assassinio commesso da altri sotto la minaccia di essere a loro volta assassinati. Così si presero venticinque anni per banditismo (articolo 59.3) e stanno tuttora dentro. Mentre i capibanda dei ladri uscirono belli puliti grazie all’amnistia «Vorošilov» del 1953 (ma non disperiamo, da allora sono già tornati dentro diverse volte). Quando nei nostri giornali tornarono di nuovo di moda le storie sentimentali sulla «riferratura» dei delinquenti, nelle colonne dei giornali comparvero anche informazioni, naturalmente le più menzognere e vaghe, sugli accoltellamenti nei lager. [...] Ecco come la stampa nazionale spiega scientificamente i fatti: «Gli accoliti di Berija (incolpa il lupo, salveremo capra e cavoli!) spadroneggiavano allora (e prima? e ora?) nei lager. Al rigore della legge si erano sostituite le azioni illegali di quelle stesse persone che avrebbero dovuto applicarla (come? malgrado le istruzioni uniche? chi si sarebbe azzardato?). Esse fomentavano in tutti i modi fra i vari gruppi di detenuti. (Anche il ricorso agli spioni rientra in questa formulazione...) Una ostilità feroce, spietata, artificialmente favorita». Far cessare gli assassinii nei lager comminando pene di venticinque anni, pene che gli assassini stavano già scontando, era naturalmente impossibile. E allora, nel 1961, fu promulgato un ukaz che stabiliva la fucilazione per l’omicidio nei lager. Ai Lager speciali di Stalin mancava questo ukaz di Chruščëv.
Aleksandr Solženicyn, Arcipelago Gulag

La rivolta cominciò il 25 maggio. Alcune guardie avevano sparato su un convoglio di detenuti che stavano andando a lavorare. Uno sciopero di protesta si propagò rapidamente in tutto il Gulag, inclusa la sezione femminile, ma la sua roccaforte era nel quarto e nel quinto settore, dove i detenuti, provenienti dall’Ucraina occidentale, dalla Polonia e dagli Stati del Baltico, erano combattivi e organizzati. Erano armati di asce, coltelli e picconi, ma la loro arma principale fu uno sciopero della fame per esercitare pressioni sulle autorità del campo. «La nostra parola d’ordine era “Libertà o morte”» ricorda Lev Netto [uno zek]. «Volevamo che ci rilasciassero, ed eravamo ben decisi a batterci per la libertà anche fino alla morte. Pensavamo che sarebbe stato meglio morire combattendo piuttosto che continuare a lavorare e vivere in quel modo disumano.» Per gli schiavi di Stalin era giunto il momento di dimostrarsi cittadini. Gli insorti si trincerarono nelle loro baracche e alzarono delle bandiere nere in segno di protesta per l’uccisione arbitraria dei loro compagni. In ogni settore c’erano dirigenti dello sciopero, ma fu organizzato in tutta fretta un comitato generale per presentare le richieste degli scioperanti alle autorità. Netto faceva da messaggero e coordinatore tra i diversi settori, un compito pericoloso perché correva il rischio di essere abbattuto da un proiettile a ogni spostamento. Tutte le richieste degli scioperanti riguardavano il rispetto e la dignità. Nonostante le loro parole d’ordine apocalittiche, avevano aspirazioni abbastanza moderate e per nulla antisovietiche. Volevano che le guardie li chiamassero col loro nome, anziché col numero della divisa, di cui chiedevano l’eliminazione. Volevano finestre senza sbarre nelle baracche. Volevano che le guardie smettessero di picchiarli, e che quelle responsabili di aver ucciso dei detenuti fossero punite. Volevano una normale giornata lavorativa di dieci ore invece dei turni di quindici ore che la maggior parte di loro era costretta a fare. Volevano poter scrivere con regolarità alle famiglie e non solo due volte all’anno. Il comitato di sciopero rifiutò di trattare con le autorità di Noril’sk e chiese dei colloqui col governo a Mosca, sapendo che i dirigenti locali non potevano comunque fare concessioni senza l’autorizzazione del Cremlino. Pochi giorni dopo, il 5 giugno, Berija mandò uno dei suoi alti funzionari a parlare con i dirigenti dello sciopero. Era un fatto senza precedenti: prima il Cremlino non aveva mai risposto alle richieste dei detenuti se non con l’impiego della forza bruta. L’inviato di Berija promise di trasmettere al governo le richieste degli scioperanti, ma li supplicò di riprendere il lavoro, affermando che era oltremodo apprezzato e importante per il paese nel suo complesso. Fu una mossa intelligente, perché più di ogni altra cosa gli scioperanti volevano che il loro lavoro fosse riconosciuto. Lo spiega Netto: «Avevamo fatto grossi sacrifici per fornire nichel al paese, eravamo orgogliosi del nostro lavoro, e quando udimmo quelle parole di gratitudine, e non da una persona qualsiasi ma da un rappresentante di Berija, furono una sorta di nutrimento spirituale. Ci sollevarono e ci resero disponibili ad andare avanti. Eravamo pronti a fare ulteriori sacrifici, purché ci trattassero come esseri umani». Tra i ribelli sorsero delle divergenze tra quanti volevano proseguire lo sciopero e quanti invece preferivano riprendere il lavoro nella speranza che, collaborando, sarebbero riusciti a strappare a Mosca qualche concessione. In realtà, i fautori della lotta non avevano concrete possibilità di resistere, figurarsi di vincere: erano isolati nel loro settore, circondati da soldati, e godevano di scarso appoggio tra i detenuti. Perciò, quando il procuratore di Noril’sk si rivolse agli scioperanti attraverso gli altoparlanti chiedendo loro di disperdersi e promettendo che non sarebbero stati puniti, la maggior parte degli zek obbedì. Le guardie del campo li divisero in gruppi. I caporioni furono portati via, mentre gli altri poterono tornare nelle loro baracche. Alcune migliaia di scioperanti resistettero. Il 7 luglio, nel sesto settore mille donne formarono un cerchio umano di quattro file intorno a una bandiera nera, e quando i soldati cercarono di trascinarle via si misero a gridare e a fischiare; continuarono a far baccano per cinque ore, e per disperderle ci volle un idrante. Nel quinto settore, 1400 detenuti ingaggiarono violenti scontri con i soldati, che aprirono il fuoco uccidendone 20. [...] Secondo le stime, prima che i militari riprendessero il controllo della zona vi furono tra i prigionieri 50o morti e 270 feriti. Gli scioperi furono sedati, ma nei campi di lavoro non avvenne mai una vera e propria pacificazione. La richiesta dei prigionieri di riavere la propria dignità umana era decisamente irrefrenabile. Tra il 1953 e il 1954 ci furono ancora scioperi e dimostrazioni, sia pur meno estesi, fino a quando il regime non capì che il sistema del Gulag non poteva più continuare e cominciò a liberare i detenuti.
Orlando Figes, Sospetto e silenzio

A Vorkuta, quando era uno scoppiato, il geologo Nikolaj Kali- stratovič Govorko compose un’Ode a Stalin (si è conservata), non perché fosse pubblicata, non per ottenere qualche agevolazione, ma perché gli sgorgò dall’anima. E quando andava in miniera faceva in modo di nascondere quell’ode (perché poi nasconderla?).
Aleksandr Solženicyn, Arcipelago Gulag

[Alcuni] rimangono comunisti convinti fino alla fine. Altre volte invece (come Kovács, un ungherese di Filadelfia, arrivato con altre trentanove famiglie per creare una comune presso Kachovka, incarcerato nel 1937) non accettano la tessera di partito dopo la riabilitazione. Alcuni si staccano ancora prima, come Szabó, anch’egli ungherese, comandante d’un reparto partigiano in Siberia durante la guerra civile. In prigione, nel 1937, dichiarò: «Se fossi libero, radunerei i miei partigiani, farei insorgere la Siberia, marcerei su Mosca e caccerei tutta quella marmaglia».
Aleksandr Solženicyn, Arcipelago Gulag

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