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Diego Gabutti
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'Libri. Non danno la felicità (tanto meno a chi non li legge)' 15/06/2021
'Libri. Non danno la felicità (tanto meno a chi non li legge)'
Recensione di Diego Gabutti

Libri. Non danno la felicità (tanto meno a chi non li legge) - Luigi  Mascheroni - Libro - Mondadori Store
Luigi Mascheroni, Libri. Non danno la felicità (tanto meno a chi non li legge), Oligo 2021, pp. 38, 12,00 euro.

Beffeggiando con largo anticipo le moderne derive ethnically correct e cancel culture, diceva il filosofo che «i selvaggi non sono uomini migliori». Vale anche per i lettori di libri. Leggere non fa di nessuno un modello di virtù. Tutt’al più ne fa un intellettuale, e sa il cielo quanto poco la categoria, messa catastroficamente alla prova negli ultimi due secoli, abbia onorato e onori il mondo. Un lettore – se non vuole passare al nemico, lo snobismo – deve coltivare la lettura come un tempo i gentiluomini esercitavano la beneficenza: in segreto. Diffidiamo, soprattutto, di chi afferma di leggere per «migliorarsi». Leggere per «migliorarsi» è da imbecilli. Un po’ come darsi ai bagordi sul sedile posteriore di un’automobile «non per il piacer mio ma far contento iddio». Si legge come si va al cinema: per divertirsi con Pippo, Pluto e Paperino, mica per vedere un film afghano o una pellicola inguardabile ispirata a un racconto illeggibile di Walter Veltroni.

È così che i lettori perbene leggono Dante e Ian Fleming, Balzac e i Presocratici, Adorno e Simenon, Orwell e i fumetti di Jacovitti: per il piacere di farlo. È ciò che sempre il filosofo chiamava «evasione»: «un messaggio senza bisogno d’esprimerlo, anzi un’ascesi ostinata verso ogni proposito». Leggere è divertente, e chi non si diverte a leggere può tranquillamente fare qualcosa d’altrettanto nobile e dilettevole: andare per funghi o per farfalle, collezionare francobolli, prendere lezioni di ballo, praticare la flânerie in giro per il centro, sedersi al bar davanti a un beverone, abbonarsi a Netflix, parlare con gli amici di donne e motori. Tutti (sempre il filosofo, oggi di corvée) hanno diritto alle proprie alienazioni, e leggere è una di queste, né migliore né peggiore delle altre, qualunque cosa se ne dica in tivù, dove passano per «libri» (che «migliorano» chi li legge) non soltanto l’ultimo Saviano ma persino l’autobiografia di Rocco Casalino e quella di Giorgia Meloni, entrambe pseudofreudianamente in conflitto col papà. Si legge un noir oppure un massiccio libro di storia come si sfoglia Playboy o si guarda una partita di calcio: perché è bello farlo, e per ammazzare il tempo, il grande nemico. È a scuola che si va per istruirsi, ma leggere un libro di poesia, o anche un saggio di divulgazione scientifica, non ha niente a che fare con l’istruzione. C’entra, semmai, con l’autoeducazione, ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano. Qui diciamo soltanto che leggere, «come ogni altro gioco»», è una cosa seria e impegnativa, e che chi non legge per il piacere di leggere – senza pie intenzioni culturali, senza retropensieri, senza fighetterie – ma per tirarsela da intellò è un lettore disonesto e un maledetto snob, come si diceva più sopra, e vade retro.

Diceva Charles Simic, poeta serbo emigrato a New York: «Ho letto di tutto / da Platone a Mickey Spillane». Ecco, lo spirito è questo; il resto è vanità e schiamazzo. Riguardo agli attaccabottoni da talk show che, dopo aver pubblicato un libro idiota e peggio che inutile, si proclamano paladini della cultura, inneggiano ai lettori di libri e chiamano Dickens «collega», ha ragione Luigi Mascheroni, autore di Libri. Non danno la felicità (tanto meno a chi non li legge) per Oligo editore, quando spiega che dietro l’esaltazione urbi et orbi del libro purchessia, dietro «il falso timore reverenziale» per la carta e l’inchiostro, c’è un’idea stravagante della cultura, ridotta a culto dei feticci, qualche volta anche a traffico delle reliquie (per esempio quando si lavora, come Diego Fusaro, al recupero del marxismo, religione prediluviana). C’è anche, aggiungerei, la vanità smisurata del cialtrone che, dopo aver scritto un libro inqualificabile, sfila sculettando sulle passerelle mediatiche, accolto dagli evviva di cialtroni suoi pari.

Mascheroni difende il libro, ma più precisamente l’atto del leggere, dai suoi esaltatori, incapaci come sono di distinguere, citando di nuovo Freud, tra istinto di morte (un libro di Fabio Volo o di Luciana Littizzetto) e principio di piacere (Platone e Mickey Spillane). Non c’è altra difesa possibile della dignità del libro e del piacere di leggere che spiegare in tono beffardo la differenza che corre tra l’Iliade d’Omero e Omero, Iliade d’Alessandro Baricco. Detto ciò, sono dell’idea che scegliere quali libri leggere non sia una fatica, come scrive Mascheroni. «Scegliere» che cosa leggere è anzi già una mezza fighettata. Meglio lasciarsi trascinare da un libro all’altro, cavalcand0 l’onda, come su una tavola da surf. Evocati da una nota curiosa a piè di pagina, convocandosi l’un l’altro a rapporto, i libri s’allargano sulla scrivania e sgomitano negli scaffali delle librerie, oppure s’accumulano in immani depositi digitali nel cloud. Alcuni saranno letti, qualcuno proprio no, altri saranno a malapena sfogliati. Leggere è un’avventura (e dunque non c’è libro che non sia un libro d’avventura). Stabilito inoltre che Manzoni è una cosa, Michela Murgia un’altra, non è così sicuro che il «buon libro» debba godere di particolari privilegi, né che il libro orribile sia sempre da evitare. Sbaglierò, ma leggere è anche un po’ amare l’orrido. Persino Scoreggiare meglio potrebbe avere un suo perché, e così gli altri «libroidi», come li chiama Mascheroni (anche se francamente, pur amando l’orrido, non saprei trovare un perché per I segreti del conticidio, per le memorie di Roberto Formigoni e per tutti quei gialli in edizione Sellerio). Quel che voglio dire è che è facile leggere soltanto buoni libri. Di questo sono capaci tutti. Un lettore coraggioso rischia la sorte anche con i libri brutti e con quelli cattivi; non teme la noia, le sciocchezze e le banalità, le metafore imbarazzanti, la punteggiatura manicomiale, la lingua povera e sciapa. Personalmente ho letto pessimi libri grazie ai quali mi sono avventurato, una nota bibliografica dopo l’altra, in territori letterari che mi erano completamente ignoti, e che non ho più smesso d’esplorare.

Ci fosse spazio, fare degli esempi. Anche i buoni libri, naturalmente, per esempio quello di Mascheroni, spalancano nuovi orizzonti: uno per ogni divagazione e citazione tra virgolette, ciascuna delle quali illumina questo o quell’angolo in ombra delle nostre librerie domestiche, qui il riflettore s’accende su Voltaire, là su Schopenhauer o «sull’anonimo autore del Qoèlet», qui divaga sul senso di spaesamento che prende talvolta il lettore, là indugia sul fatto che non sono gl’illetterati ma i grandi lettori (ieri il Hitler e Stalin, oggi il corpo insegnante di Princeton o dell’Howard University di Washington DC) a censurare le biblioteche e a bruciare in effige (quando va bene, ma può andar peggio) gli autori classici. Mascheroni spiega tutto questo. Spiega, soprattutto, che i libri «non confortano né rassicurano». E che si deve stare alla larga dai «messaggi»; i messaggi sono per WhatsApp.

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Diego Gabutti

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