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Stefano Magni
USA
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Le ragioni di Israele nell'intervento di Bibi Netanyahu all'Onu 06/10/2013
 

Le ragioni di Israele nell'intervento di Bibi Netanyahu all'Onu
Commento di Stefano Magni

Stefano Magni       

Benjamin Netanyahu, nel suo discorso alle Nazioni Unite, ha ricordato al mondo che Israele è pronto a difendersi da solo, nel caso la comunità internazionale lo abbandoni di fronte al pericolo di un Iran dotato di armi nucleari. Il suo monito è credibile. Nella sua breve storia Israele ha saputo proteggersi da solo e ha indotto i suoi alleati a muoversi in sua difesa, come dimostra la Guerra dello Yom Kippur di cui oggi si celebra il 40° anniversario. Benjamin Netanyahu ha parlato di autodifesa in un momento in cui gli Stati Uniti e l’Unione Europea stanno iniziando a dar credito al nuovo presidente iraniano Hassan Rohani. È la settimana della “storica” telefonata di Barack Obama al nuovo capo di governo di Teheran. Ed è stata una settimana caratterizzata anche dalle prime, non ufficiali, ma esplicite, aperture dell’Unione Europea. “Io credo che se l’Iran dimostra che quel che sta facendo è pacifico – dichiara il ministro degli Esteri lituano (la Lituania è presidente di turno dell’Ue) Linas Linkevicius – lo possa continuare a fare”. Si riferisce al programma nucleare ovviamente. Dunque, c’è da pensare che, nei prossimi negoziati, lo stop all’arricchimento dell’uranio non sia più una condizione richiesta dalle democrazie occidentali. Occorre molta cautela pubblica nel dichiarare questa svolta. Ma le dichiarazioni di Linkevicius e fonti diplomatiche lo confermano: l’Ue porrà meno vincoli, accetterà che l’Iran porti a termine un programma “limitato” e conceda più spazio alle ispezioni dell’Onu. Negli Usa la dottrina ufficiale pone ancora in primo piano la “prevenzione”, dunque la necessità di fermare, anche con metodi militari se necessario, il programma atomico iraniano prima che la Repubblica Islamica si doti di ordigni nucleari. Tuttavia, la prevenzione non è un dogma e con il “nuovo corso” iraniano potrebbe incoraggiare la svolta, magari negli stessi prossimi negoziati, non ancora calendarizzati. Rohani non usa argomenti nuovi per celare le intenzioni della Repubblica Islamica. Solo questa estate ha ribadito che “Israele è una ferita da mendare”, che “l’Iran ha il diritto irrinunciabile all’energia atomica” e che l’Occidente deve riconoscere “il diritto ad arricchire l'uranio all'interno del proprio territorio e nell'ambito di regole internazionali”. Le stesse cose che diceva Ahmadinejad, niente di più, niente di meno. Ad essere cambiati, evidentemente, sono gli Stati Uniti. E, di conseguenza, anche l’Unione Europea. Gli Usa hanno fallito in Siria. Obama non è riuscito a trovare i consensi necessari (né al Congresso, né fra gli alleati) per lanciare un attacco contro Bashar al Assad in Siria. Dopodiché l’atteggiamento del presidente è innegabilmente mutato. Sulla Siria, ha preferito affidare la soluzione alla Russia, protettrice di Assad e alleata dell’Iran, accettando che sia lo stesso dittatore a farsi garante dello smantellamento del suo arsenale di armi chimiche. Immediatamente dopo la fine della crisi siriana, Obama ha colto l’occasione dell’apertura dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per annunciare (con la sua telefonata al presidente iraniano) il cambio di atteggiamento nei confronti dell’Iran. È probabile che la svolta sia stata concordata in anticipo, nel corso dell’ultimo G20 di San Pietroburgo, durante il quale i colloqui riservati tra i vertici Russia e Usa sono ancora tenuti segreti. Su un piano puramente intellettuale, la svolta con l’Iran era stata preannunciata dalla pubblicazione di “Unthinkable. Iran, the Bomb and the American Strategy”, l’ultima fatica del politologo Kenneth Pollack, un “j’accuse” alla politica israelo-americana di prevenzione. Secondo Pollack (che fu uno dei più accesi sostenitori dell’intervento in Iraq nel 2003), un conflitto con l’Iran sarebbe impossibile da vincere, otterrebbe l’unico risultato di ritardare, ma non impedire, il completamento del programma atomico di Teheran, ma in compenso infiammerebbe il Medio Oriente e tutta la galassia dell’Islam politico e radicale. La soluzione suggerita? Lasciare che la Repubblica Islamica si doti delle sue armi nucleari e convivere con essa. Gli Usa devono prepararsi a contenerla, non a prevenirla, adottando una strategia simile a quella che ebbe successo con l’Urss e la Cina. È probabile che dopo il flop siriano, Obama si prepari ad adottare una strategia simile a quella suggerita da Pollack, che abbia letto il suo libro o meno. Cosa succede se l’Iran si dota di testate nucleari e il resto dell’Occidente “fa spallucce”? Israele sarebbe esposta al primo serio rischio di annientamento dal 1973, quarant’anni dopo la Guerra dello Yom Kippur, quando lo Stato ebraico fu invaso e quasi conquistato dagli eserciti di Egitto e Siria. Israele, come ha detto Netanyahu all’Onu, si troverebbe costretta a difendersi da solo. È impossibile capire se, come e quando Netanyahu intenda mettere in pratica il suo avvertimento. Non possiamo prevedere il futuro. Ma possiamo trovare un precedente nella Guerra dello Yom Kippur. Il 6 ottobre di 40 anni fa, attaccando di sorpresa, gli eserciti di Egitto e Siria invasero Israele, rispettivamente dal Sinai (occupato dall’IDF nel 1967) e dalle alture del Golan. Le difese del Sinai (la linea Bar Lev) cedettero di schianto; il Golan rimase difeso dalla sola 7^ Brigata contro due divisioni siriane: 100 carri israeliani contro 1.260 degli invasori. Se Israele avesse ceduto sul Sinai, gli egiziani avrebbero avuto la strada libera sino a Tel Aviv. La situazione appariva ancora più fosca sul Golan, dove c’era ancora meno margine di manovra per i difensori: dominando le alture, i siriani avrebbero potuto controllare l’intera Galilea e raggiungere Haifa in meno di due giorni. Fra il 6 e il 7 ottobre, Moshe Dayan, (ministro della Difesa, già vincitore della Guerra dei Sei Giorni) prese in seria considerazione l’idea di lanciare l’atomica. Sebbene si tratti di una storia ancora in gran parte sconosciuta, le ricerche più recenti rivelano come Dayan sottopose realmente l’opzione nucleare al gabinetto di guerra guidato da Golda Meir. Il governo respinse l’opzione, ma preparativi preliminari e cautelativi furono comunque condotti. Furono posti in allerta gli F-4 Phantom dotati di bombe atomiche e furono armati i missili Jericho 1 a medio raggio. Il 7 ottobre gli Stati Uniti si resero conto che Israele era in piena allerta nucleare. Un rapporto di intelligence arrivò nelle mani del presidente Richard Nixon. Un aereo da ricognizione d’alta quota SR-71 confermò che i missili Jericho erano armati, rilevando la radioattività delle testate. Israele non si preparò a lanciare la bomba, questo è bene ricordarlo. Assunse una posizione di allerta, prima di tutto per proteggere i suoi ordigni dagli eserciti invasori e poi per essere pronta a usarli in caso di estremo pericolo. Tuttavia la preoccupazione che l’allerta nucleare israeliana suscitò negli Usa fu sufficiente per indurli a cambiare strategia. Non ci sono documenti che testimonino un cambio repentino di rotta da parte degli Usa causato dall’allerta israeliana. Su un piano di ufficialità, il Pentagono e la Casa Bianca presero atto della situazione sul terreno e non ne furono preoccupati, non avviando alcuna procedura di emergenza. Sono i fatti stessi che dimostrano come questa calma americana fosse, però, solo apparente. Il 6 e il 7 ottobre, gli Usa si rifiutavano di inviare rifornimenti a Israele e l’allora segretario di Stato Henry Kissinger, dal profondo della sua mentalità machiavellica, affermava che dal conflitto Israele sarebbe dovuto uscire “intatto, ma dissanguato” così da piegarlo meglio ai disegni politici degli Usa nel Medio Oriente (un atteggiamento non dissimile da quello di Obama in questi anni). Solo pochi giorni dopo l’allerta nucleare israeliana, gli Usa iniziavano, invece, a istituire un gigantesco ponte aereo di rifornimenti militari destinati a Israele. Un cambio di atteggiamento notevole, non c’è che dire. L’IDF, in ogni caso, riuscì a ribaltare le sorti del conflitto, prima che gli aiuti americani raggiungessero la prima linea. La controffensiva israeliana su tutti i fronti rese superflua la minaccia nucleare, che comunque rimase latente fino alla fine del conflitto. Come sappiamo tutti, nessuna atomica venne lanciata. Israele vinse solo impiegando armi convenzionali. Che lezione si può trarre da quella guerra, ormai “antica”, di 40 anni fa? Israele si sarebbe difesa anche da sola, anche con armi nucleari? L’auto-difesa è sempre stata una tragica necessità per un Paese piccolo, circondato da nazioni ostili e protetto da alleati molto lontani. Che l’auto-difesa potesse diventare anche nucleare è impossibile dirlo, in assenza di precedenti. È ormai accertato che fra il 6 e il 7 ottobre vi sia stata un’allerta. Dunque è lecito pensare che Israele, alla mala parata, avrebbe lanciato le testate nucleari. Magari anche solo un colpo dimostrativo, come un’atomica nel mare o nel deserto, ma è difficile pensare a una potenza inerte mentre eserciti nemici occupano la capitale e i suoi centri vitali. E dunque, la risposta è: sì, Israele è disposto a difendersi da solo, anche con l’atomica se necessario. In questo 2013, a 40 anni dalla Guerra dello Yom Kippur, lo Stato ebraico è esposto ad una minaccia ancora peggiore rispetto all’invasione siriana ed egiziana. È esposto all’annientamento nucleare. Basterebbero due sole atomiche, su Haifa e Tel Aviv, per annientare gran parte del popolo ebraico. Se il mondo “fa spallucce” mentre il nemico si dota di armi atomiche, è lecito pensare che Israele si difenda da solo, come ha fece 40 anni fa. O si prepari a farlo, con armi convenzionali e non. C’è da scommettere che alle prime avvisaglie di allerta nucleare, gli Usa sarebbero prontissimi a cambiare rotta, come fecero nel 1973. Ma c’è bisogno di attendere fino a quel punto?


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