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Stefano Magni
USA
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La de-obamizzazione dei giornaloni 23/08/2013

La de-obamizzazione dei giornaloni
di Stefano Magni


Attenzione alla data: 2006. Obama non era candidato presidente, non era neppure candidato alle primarie dei Democratici, era un senatore dell'Illinois. Se questo non è un candidato costruito dai grandi media...

Stupiti di leggere editoriali sui maggiori quotidiani italiani critici nei confronti di Barack Obama ? Per chi ha sempre mantenuto un certo grado di scetticismo sulle capacità politiche del presidente Usa, questo è un momento atteso e considerato pressoché inevitabile da almeno quattro anni. Prima o poi sarebbe arrivato. Il caos in Egitto lo ha fatto giungere.

“Il disastro egiziano è tale che persino gli osservatori europei più simpatetici nei confronti di Barack Obama, oggi prendono atto della inconsistenza della sua politica estera – scrive Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera del 20 agosto - c'è un rapporto fra i fallimenti internazionali di Obama e la popolarità di cui ha goduto a lungo in Europa. Era infatti piaciuto a tanti europei, soprattutto, perché lo immaginavano come il possibile liquidatore dell’“impero americano”. Gli storici del futuro, plausibilmente, si divideranno all’infinito nella valutazione dei meriti e dei demeriti della politica estera del presidente dell'11 Settembre, di George Bush Jr. Ma difficilmente negheranno che l’azione internazionale di Obama sia stata un fallimento”. Un editorialista italiano che nomina Bush? Panebianco ha sempre avuto una voce fuori dal coro. Ricordare Bush, paragonarlo a Obama e trovarlo meno peggiore dell’attuale inquilino della Casa Bianca è comunque un evento “storico” nella grande stampa italiana, perché implica la rottura del tabù secondo cui Bush è stato il “peggior presidente di sempre” e Obama avrebbe dovuto correggere i suoi errori. Vengono in mente i grandi poster politici che compaiono qua e là negli Stati Uniti, soprattutto lungo le strade dell’America rurale, dove un ammiccante George W. Bush chiede “Miss me yet?” (ti manco di già?).

Il 14 maggio scorso, Roberto Toscano, de La Stampa, attacca il suo articolo con un passaggio che già dice tutto: «Gli entusiasmi e l’ottimismo che avevano salutato la rielezione di Barack Obama al suo secondo mandato presidenziale sembrano già rapidamente sfioriti. Ne ha preso il posto la sensazione di una sostanziale perdita di controllo su una complessa agenda internazionale cui si associano pesanti difficoltà politiche sul piano interno». Toscano, pur trovando molte attenuanti al presidente (difficoltà oggettive del campo di gioco mediorientale, un Congresso dominato dall’opposizione e i precedenti “disastri del bushismo”), finisce per citare il libro di Vali Nasr, ex collaboratore di Richard Holbrooke, il diplomatico che negoziò la pace in Bosnia. E cosa sostiene Nasr? «Denuncia la perdita di centralità dell’America nel mondo, causata da cattive strategie e pessima gestione diplomatica (il libro si chiama “The Dispensable Nation” - la nazione di cui si può fare a meno, in contrasto con la definizione clintoniana della “nazione indispensabile”)».

Il Sole 24 Ore, sempre il 20 agosto, lascia spazio e mano libera a Gianandrea Gaiani, esperto militare, direttore di Analisi Difesa e una delle voci italiane più critiche in assoluto nei confronti di Obama, sin da tempi non sospetti. Gaiani sostiene che, in Egitto, se gli Usa dovessero sospendere gli aiuti militari ai generali, vi sarebbero: «... effetti negativi sui programmi pluriennali miliardari di cooperazione avviati dai colossi dell’industria della Difesa statunitense che “forniscono agli egiziani assistenza, mezzi, manutenzione e ricambi” come ha sottolineato Jeffrey Martini, analista della Rand Corporation. Lo stop degli aiuti americani avrebbe effetti deleteri sull’efficienza e sulle capacità delle forze egiziane anche se non influirebbe direttamente nelle operazioni di sicurezza interna. Sul piano finanziario la disponibilità resa nota dall’Arabia Saudita a rimpiazzare gli aiuti di Usa ed Europa (in totale meno di 2 miliardi di dollari contro i 5 già messi in campo da Riad) garantirebbe i fondi per la funzionalità dell’apparato militare e di sicurezza del Cairo». Nonostante tutto, Obama gli aiuti li ha congelati realmente. E il Sole 24 Ore lo ha puntualmente rilevato, scritto e pubblicato.

Su La Repubblica, invece, continua il filo-obamismo. Vittorio Zucconi, che in uno dei suoi ultimi video estivi tesseva le lodi del presidente che si paga “coi suoi soldi” le sue vacanze a Martha’s Vineyard. Lo diceva il 12 agosto, già in piena crisi egiziana. Cosa avrebbe detto se, in vacanza, mentre l’Egitto esplodeva, ci fosse stato George W. Bush? Federico Rampini affida al suo blog, “Estremo Occidente”, il commento «Obama, “spettatore impotente” sull’Egitto». Un commento molto asciutto, privo dei toni fortemente critici di un Panebianco.

Anche se non tutti sono pentiti di aver tessuto lodi esagerate al presidente, qualcosa sta cambiando fra direttori, caporedattori e capiservizio, fra chiunque decida cosa va in pagina e con quale rilievo. Pochissimi dissensi erano ammessi, finora. Praticamente mai finivano in prima pagina. Anche nei quotidiani della nicchia di destra, dove le critiche al presidente democratico sono sempre state molto più libere e numerose, si doveva essere cauti, se non altro perché Berlusconi ha pur sempre dichiarato che, se fosse cittadino americano, avrebbe votato Obama. E nel sito ufficiale del PdL leggiamo ancora, in primo piano, l’articolo-intervento del professor Antonio Maria Rinaldi “Obama voterebbe PdL”.

Insomma, vedere quotidiani italiani che contestano Obama fa sempre un grande effetto. Un po’ come quando, negli anni ’50, si iniziavano a leggere critiche al compagno Stalin sui quotidiani comunisti. Allora era stato Khrushev a dare il via libera alla de-stalinizzazione, con il XX Congresso del Pcus. Ma oggi, chi ha dato il via libera alla de-obamizzazione? I media americani. Sono loro i maggiori delusi dalla politica, sia interna che estera, del “loro presidente”. Il rapporto fra i media Usa e il presidente è sempre stato a doppio senso: gli editori lo appoggiano se hanno qualcosa in cambio, non solo in termini di status sociale e posti di lavoro, ma anche di realizzazione dell’agenda che loro propongono. Con Obama questo rapporto procede molto più a senso unico: sono i media che lo hanno creato e fatto grande. Già nel 2005, quando era un giovane Senatore dell’Illinois, era il beniamino delle grandi testate, come il Washington Post, il Times (che gli dedicò la copertina in tempi non sospetti), il New York Times, Cnn, Msnbc, Abc. “Sarebbe il perfetto anti-Bush”, sostenevano all’unisono: il candidato ideale per realizzare l’agenda progressista condivisa (come rivela più di un sondaggio) da oltre l’80% dei giornalisti e dei professionisti dell’informazione statunitensi. Però il candidato del quarto potere, una volta alla prova del governo reale, ha realizzato l’agenda progressista solo in minima parte. Specie in politica estera, dove ha dovuto continuare a combattere la solita “sporca” guerra di Bush, con droni, spie, intercettazioni, omicidi mirati. Hanno tollerato fin quando non è arrivato a spiare pure loro, come rivela lo scandalo Data Gate. Allora sempre più giornalisti hanno iniziato a ribellarsi contro la “loro” creatura. Lo scandalo Data Gate sta forse segnando il punto di rottura: le grandi testate assumono toni e atteggiamenti sempre più critici, ironici, sprezzanti. «Qual è la parte del mestiere di presidente che Obama preferisce? – ha ironizzato Chris Matthews, anchorman della Msnbc e obamiano di ferro – Non gli piace avere a che fare con gli altri politici, sia quelli del suo stesso governo, che i membri del Congresso di entrambi i partiti. Non ama particolarmente la stampa … Gli piace scrivere discorsi, gli piace riscrivere quel che Jon Favreau (lo speechwriter presidenziale, ndr) e altri scrivono nella prima bozza». Allora lo rimproverava per la pessima gestione politica dei numerosi scandali (Bengasi, Data Gate, Irs…) che gli piovevano addosso tutte le settimane. Oggi, ai tempi della crisi egiziana, Matthews c’è andato giù più pesante, affermando che a Obama “manca la leadership”.

Stefano Magni


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