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Stefano Magni
USA
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A lezione di ebraismo con Jimmy Carter 13/04/2013

A lezione di ebraismo con Jimmy Carter
Commento di Stefano Magni

  Jimmy Carter (a sin.)                                          Stefano Magni

Il 10 aprile la Yeshiva University di New York ha ospitato l’ex presidente Jimmy Carter, per consegnargli il premio annuale " Difensore della Pace", assegnato dal giornale universitario Journal of Conflict Resolution.
La  Yeshiva University  è uno dei principali centri della cultura ebraica negli Stati Uniti. Il Journal of Conflict Resolution è una rivista prestigiosa, consultabile anche nelle accademie italiane, espressione di uno dei sei campus della Yeshiva, la scuola di legge Benjamin N. Cardozo, dove è avvenuta la premiazione.
Durante la cerimonia non vi sono state contestazioni.
Ma prima… nei giorni precedenti l’assegnazione del premio, singoli studenti, ex studenti e associazioni ebraiche avrebbero voluto anche bloccare fisicamente l’ingresso di Carter nelle aule della Yeshiva. “Non c’è alcuna ragione, per una scuola che voglia preservare la sua integrità ebraica, di far arrivare un personaggio del genere – aveva scritto uno dei contestatori, l’ex allievo Daniel Rubin, 62enne – Il signor Carter non deve proprio prendere un bel niente”. Anche un’associazione studentesca, la "Coalition of Concerned Cardozo Alumni", aveva chiamato a raccolta allievi ed ex allievi per organizzare un sit in. Richard Joel, preside dell’università, aveva già iniziato a metter le mani avanti, specificando, sul sito ufficiale dell’istituzione accademica che il premio era “unicamente un’iniziativa” della rivista di studi internazionali e “non della Yeshiva University o della scuola di legge Benjamin N. Cardozo”.
A quanto pare, però, la rabbia c’era solo su Internet o fra alcune associazioni, “un bacino d’utenza di falchi filo-Israeliani”, come li ha definiti con malcelato disprezzo il giornale progressista “The Daily Beast”.
Eppure un po’ di rumore sarebbe stato più che comprensibile.
Perché? Carter non fu, per caso, il presidente che negoziò la pace fra l’Egitto e Israele, che dura tuttora nonostante la rivoluzione del Cairo?
E’ il pensiero di Carter, più ancora che la sua azione politica, che fa inarcare più di un sopraciglio agli israeliani e filo-israeliani più politicamente corretti e fa infuriare quelli più scorretti.
Non stiamo parlando di un pensiero “esoterico”, ma dei suoi libri pubblicati, come “Palestina, pace non Apartheid” (titolo che è già tutto un programma), dove sostiene che Israele vuole anteporre “la confisca delle terre palestinesi alla pace” e che la risoluzione del conflitto può arrivare solo “quando il governo di Israele deciderà di obbedire alle leggi internazionali”.
Nelle sue conferenze domenicali tenute alla chiesa battista Maranatha, di Plains, Georgia (sua città natale), l’anziano ex presidente rivela un’indole che ricorda l’anti-giudaismo tradizionale cristiano.
Ed è probabilmente questa la lente intellettuale attraverso cui osserva i fatti del Medio Oriente. Queste lezioni, tenute dal 1999 al 2003, sono tutte state pubblicate in una serie di Cd.
Quando è scoppiato il caso Yeshiva, due membri del Freedom Center, Charles Jacobs e Ilya Feoktistov, li hanno rispolverati e pubblicati: “Come erano definiti, dagli ebrei, i non circoncisi? – chiede Carter ai suoi discepoli - Non credente? Cosa? Sporco? Cosa? Essi lo definivano: un cane! Quali erano i sentimenti di Paolo nei confronti dei gentili, quando era ancora un’autorità religiosa ebraica? Assoluto zelo persecutorio!”
Questa piccola introduzione biblica sugli ebrei persecutori, gli dà il destro per tornare all’attualità: “Noi conosciamo le differenze che vi sono nel Medio Oriente. Tranne quelle che vi sono fra gli ebrei, da una parte, che costituiscono la forza dominante, sia politica che militare e i palestinesi dall’altra, che sono sia musulmani che cristiani”.
Apprendiamo anche che secondo Carter: “Una delle ragioni (della mancanza di un accordo di pace, ndr) è che il governo israeliano, ora guidato da Benjamin Netanyahu, deve dipendere dall’ultra-destra o dagli ebrei fondamentalisti, per avere una maggioranza nel parlamento che loro chiamano Knesset, e le recenti dimissioni del ministro degli Esteri Levy hanno lasciato Netanyahu con un solo voto di margine. Così, gli ebrei ultra-conservatori chiedono sempre un controllo totale su tutto ciò che riguardi la religione, in particolare a Gerusalemme. Bene, io non sono qui per condannare alcuno, ma per dirvi che dentro ognuno di noi c’è un’inclinazione, così la chiamerei, verso un senso di superiorità”.
E ci risiamo.
Carter è tuttora convinto che gli ebrei si sentano “popolo eletto”, anche se da 65 anni lottano per difendere un piccolo Stato, con poco più di 6 milioni di abitanti, dalla continua pressione e ostilità di poderosi vicini con centinaia di milioni di abitanti.
Importa un ex presidente in pensione? Sì, perché è il maestro politico di Barack Obama. Il quale, per quanto riguarda il Medio Oriente, ha appreso tutto da Carter. E la Yeshiva Unuiversity, piuttosto? Niente di strano: nonostante il suo preside abbia preso le distanze, in quel contesto è molto probabile che il premio assegnato a Jimmy Carter sia in realtà più che condiviso da studenti, professori e dirigenti universitari, a parte la solita piccola minoranza di “falchi filo-israeliani”. Non c’è bisogno di conoscerli uno per uno, basta analizzare il voto del 2012 per vedere che il 70% comunità ebraica statunitense ha votato per Barack Obama. 


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