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Omicidi alla sinagoga: l’esultanza dell'odio 29/01/2023
Omicidi alla sinagoga: l’esultanza dell'odio
Analisi di Michelle Mazel

(traduzione di Yehudit Weisz)


Palestinian terrorist shoots 7 dead in 'murderous rampage' near Jerusalem  synagogue | The Times of Israel

Innanzitutto i fatti. Venerdì sera, i fedeli iniziano a lasciare la sinagoga dopo il servizio di Shabbat. Questo è il momento che stava aspettando Kheiry Alkam, un ragazzo arabo di 21 anni che, arrivato in auto nel tranquillo quartiere di Neve Yaakov, apre il fuoco su questi uomini e donne indifesi. Bilancio, sette morti e diversi feriti, di cui tre in condizioni critiche. Poi cerca di scappare, incontra due poliziotti, che lui tenta invano di uccidere, e sono loro che lo eliminano. Mentre il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha condannando fermamente quella sera stessa quello che ha descritto come un attacco particolarmente spregevole, perpetrato proprio nel Giorno della Memoria della Shoah e che la Francia ha denunciato come “un attacco terroristico spaventoso”; mentre il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden alza il telefono per chiamare il Primo Ministro israeliano ed esprimergli il suo sostegno, dopo quello che lui interpreta come un “attacco al mondo civilizzato”, purtroppo si fanno sentire altre campane.                             

Secondo Le Figaro, “i portavoce di Hamas e della Jihad islamica si sono congratulati per l'attacco, “un'eroica azione di vendetta per il massacro di Jenin.”  L'attentato è stato celebrato in tutta la Cisgiordania, a Gaza e nei quartieri palestinesi di Gerusalemme…  A Shuafat, un quartiere arabo di Gerusalemme Est, dei palestinesi hanno distribuito pasticcini ai passanti.”                                         

Queste poche parole ci danno la chiave del conflitto.  Tralasciamo la scelta di questo solenne giorno di commemorazione. Al terrorista non importava niente; d’altronde, la negazione della Shoah è una costante della narrativa palestinese. Ma lui avrà mai sentito parlare di Auschwitz? Quello che è certo è che ha preso di mira degli ebrei. Degli ebrei devoti e non degli israeliani.       

Di israeliani avrebbe potuto trovarne per le strade di Gerusalemme o di Tel Aviv, ma lui voleva proprio attaccare degli ebrei religiosi ed è stato secondo i testimoni al grido di "Allah Akhbar" che ha compiuto questo massacro. Si tocca con mano la dimensione religiosa che alcun compromesso potrebbe risolvere. Accompagnata dalla demonizzazione dello Stato ebraico, essa spiega l'indecente esplosione di gioia plaudendo la morte di questi odiati ebrei che stavano uscendo dal loro empio tempio. La stampa occidentale nel suo complesso nasconde questo aspetto e “spiega” che l'assassino voleva vendicare i morti di Jenin del giorno prima, durante un sanguinoso scontro avvenuto tra dei terroristi e l’esercito, senza chiedersi cosa lo avesse portato a pensare che uccidere dei devoti ebrei sarebbe stato una legittima risposta. Si parla molto anche del fatto che Neve Yaakov è una "colonia" in territorio occupato, il che renderebbe legittimo l'attacco. Così, Le Monde (ahimè) non vede nulla di male in questo commento coraggiosamente firmato: “anonimo”: “È con grandissima soddisfazione che apprendo che dei coloni sono morti su una terra che non appartiene loro, e che essi occupano militarmente, a volte anche in violazione delle leggi israeliane...” 
                                                                                                                                                              Per la cronaca, la “colonia”  di Neve Yaakov è stata fondata nel 1924 – avete letto bene – su dei terreni acquistati legalmente a dei proprietari del vicino villaggio arabo. Chiamato “Hakfar Haivri Neve Yaakov” o il villaggio ebraico di Neve Yaakov, subì delle rivolte arabe del 1929, ma resistette fino a quando la legione araba ne cacciò gli abitanti nel 1948. La “colonia” di cui parla la stampa era stata ristabilita nel 1970, dopo la Guerra dei Sei Giorni, sulle rovine di questo villaggio.

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