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La nozione di vendetta per i terroristi 28/10/2022
La nozione di vendetta per i terroristi
Analisi di Michelle Mazel

(traduzione di Yehudit Weisz)


Israele accusa l'Iran: Teheran fornisce armi ai terroristi islamici di  Hamas - Secolo d'Italia

Due settimane fa, un terrorista ha ucciso a colpi di arma da fuoco una giovane soldieressa – non ancora 19enne – a un posto di blocco all'ingresso di Gerusalemme. Un altro militare, gravemente ferito, è ancora ricoverato in ospedale. Prontamente elogiato dai media palestinesi e lodato da Hamas, il terrorista è riuscito a fuggire ed eludere la cattura con l'aiuto di complici. Incoraggiato, ha cercato di ripetere la sua “impresa” al posto di blocco di Maale Adumin. Questa volta gli hanno sparato dopo uno scambio di colpi di arma da fuoco che non ha causato vittime tra gli israeliani. Di qui l'esplosione di dichiarazioni e messaggi che chiedono vendetta per il “martire”. Appena 48 ore dopo, in un'operazione su larga scala, le forze israeliane eliminano i membri di una cellula terroristica che aveva già compiuto attacchi contro dei civili israeliani e distrutto il loro arsenale. I restanti militanti, è ovvio, giurano vendetta. Ciò significa nuovi attacchi a dei civili in cui è probabile che i terroristi vengano eliminati, da qui nuove richieste di vendetta. Questo è uno degli aspetti specifici del conflitto. Di fronte a una battuta d'arresto, la reazione dei militanti non è quella di dichiarare che continueranno la lotta fino alla vittoria, ma di giurare vendetta. Ci sono due ragioni per questo. La prima è che il concetto di vendetta fa parte della cultura araba tradizionale ed è ancora molto presente oggi in Israele. Un'offesa deve essere lavata nel sangue, il che porta alla reazione dell'offeso o della sua famiglia, provocando così una catena senza fine che a volte continua di generazione in generazione, anche se si è ormai dimenticato come e perché ha avuto inizio. La seconda che è essenziale, è l'odio viscerale che hanno per quelli che chiamano “gli ebrei”, “il nemico sionista”, “l'occupazione” o “i coloni” – mai gli israeliani. Non stanno combattendo per la creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele, ma per la creazione di uno Stato palestinese al posto di quello di Israele. E’ inutile parlare con loro di trattative o compromessi: sono cose che per loro non hanno alcun  interesse. Che si tratti di Hamas a Gaza o delle fazioni nei territori sotto il controllo dell'Autorità Palestinese, su questo punto c'è una totale unanimità. Tanto più che le Ong filo-palestinesi e i loro sostenitori su entrambe le sponde dell'Atlantico ripetono incessantemente che “la Palestina sarà libera dal fiume al mare”, cioè dal Giordano al Mediterraneo.                            
                                                                                                       
Così Le Monde, che dedica un articolo agli ultimi scontri, pubblica senza scrupoli questo commento che non potrebbe essere più chiaro, di un certo ‘Wotan’:  “Questi coraggiosi combattenti aspirano a una sola cosa: liberare la Palestina nella sua interezza dai suoi occupanti e dai suoi coloni. Questi resistenti andranno fino in fondo e meritano il più ampio sostegno.”                                         

In queste condizioni, è difficile comprendere gli appelli alla moderazione “da entrambe le parti” delle cancellerie occidentali ad ogni ritorno di tensione.

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Michelle Mazel

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