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I musulmani sono infelici nei paesi in cui vivono, in uno solo sono felici, quale? (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Zvi Mazel/Michelle Mazel
Diplomazia/Europa e medioriente
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Riconoscenza alla palestinese 03/03/2022
Riconoscenza alla palestinese
Analisi di Michelle Mazel

(traduzione di Yehudit Weisz)


Amid the escalating violence in Israel and Palestine, can the EU move from  words to deeds? | Middle East Institute

L'Europa, e in particolare l'Europa occidentale, garantisce un sostegno quasi incondizionato alla causa palestinese. Di sicuro negli Stati Uniti i sostenitori del movimento BDS manifestano brandendo cartelli che proclamano senza mezzi termini: “Dal fiume – il Giordano – al mare – il Mediterraneo – la Palestina sarà libera”, e tanto peggio per lo Stato di Israele. Di certo, le pasionarie dell'ala sinistra del Partito Democratico ora al potere, si fanno regolarmente avanti per condannare lo Stato ebraico. Ciò non toglie che l'amministrazione americana, democratica o repubblicana che sia, fa a gara a ripetere che i due Paesi sono legati dai loro comuni valori; e che anzi, questi legami sono corroborati da un'assistenza impressionante, in particolare a livello militare, per garantire a Tsahal i mezzi per affrontare i suoi nemici. Ben diversa è la situazione nell'Unione Europea e in particolare in alcune capitali come Parigi, Bruxelles o Stoccolma, che prodigano il loro appoggio al movimento palestinese e non esitano ad esprimere il loro disaccordo con i leader di Gerusalemme.

Coloro che, nell'attuale crisi, pensavano di ricevere il sostegno da questo movimento palestinese, che afferma di combattere “contro l'occupazione e per l'indipendenza”, sono stati invece profondamente delusi. Evidentemente il mondo arabo in generale ha preferito mantenere una prudente neutralità. La Lega Araba ha espresso preoccupazione per la situazione e ha affermato il suo sostegno agli “sforzi volti a risolvere la crisi attraverso il dialogo e la diplomazia, in modo da preservare la sicurezza e l'incolumità dei popoli di questa importante regione del mondo.” L’Egitto, dal canto suo, segue con preoccupazione lo svolgersi degli eventi in Ucraina. La Giordania esorta alla calma e alla ricerca di una soluzione pacifica. Non sorprende che il presidente siriano esprima il suo sostegno alla Russia. A Ramallah si evita l'argomento. In Israele, il partito Hadash guidato da Ayman Odeh, partito che fa parte della lista araba congiunta che conta sei deputati al parlamento israeliano, non si è vergognato di condannare gli Stati Uniti e la NATO, definendoli “guerrafondai” mentre chiede una soluzione pacifica alla crisi.

A Gaza, che solitamente è oggetto dell'attenzione europea e in particolare dei media che non mancano mai di elogiare il coraggio dei “combattenti per la libertà” che affrontano quotidianamente i soldati di Tsahal, Abou Marzouk, membro dell'ufficio politico di Hamas è stato chiarissimo: “Una lezione della guerra russo-ucraina è che l'era del dominio unipolare degli Stati Uniti è finita. Gli Stati Uniti non erano nella posizione di dichiarare guerra alla Russia; coloro che non possono dichiarare la guerra non stabiliranno l'agenda internazionale. Da lì, noi possiamo iniziare a parlare del futuro dell'entità sionista.” A ciò si aggiunge il commento di un certo Fayez Abu Shemala, editorialista di “Falastin”, l'organo di Hamas: “Possa la volontà divina far vedere a Putin una vittoria decisiva che lo incoraggi ad invadere più Paesi europei”, aggiungendo poi in un tweet: “Spero che la Città di Londra subisca la stessa sorte.” Si attende la reazione dei media…

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Michelle Mazel
scrittrice israeliana nata in Francia. Ha vissuto otto anni al Cairo quando il marito era Ambasciatore d’Israele in Egitto. Profonda conoscitrice del Medio Oriente, ha scritto “La Prostituée de Jericho”, “Le Kabyle de Jérusalem” non ancora tradotti in italiano. E' in uscita il nuovo volume della trilogia/spionaggio: “Le Cheikh de Hébron".

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