Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Iran: la nostra imperdonabile rassegnazione Analisi di Tatiana Boutourline
Testata: Il Foglio Data: 24 settembre 2022 Pagina: 15 Autore: Tatiana Boutourline Titolo: «Il peso del coraggio in Iran e la nostra imperdonabile rassegnazione»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 24/09/2022, a pag.15 con il titolo 'Il peso del coraggio in Iran e la nostra imperdonabile rassegnazione' l'analisi di Tatiana Boutourline.
Tatiana Boutourline
Mahsa Amini
Roma. Cinquanta chili o poco più, è questo il peso del coraggio in Iran e si direbbe un peso da niente, se non fosse che nei giorni di rivolta che stanno scuotendo l’Iran è proprio questo il fardello che opprime la nomenklatura khomeinista, il peso piuma di giovani donne che ballano e ridono e muoiono con i capelli al vento. Fanno così paura che chi racconta le loro storie viene arrestato, poiché non c’è bisogno di manifestare per finire nei guai in queste ore a Teheran, è sufficiente ripetere i loro nomi, pubblicare i loro volti. E’ accaduto alla giornalista Nilufar Hamedi, che ha descritto l’orrore subìto dalla ventiduenne Mahsa Amini, e alla fotografa Yalda Moayeri, che ha documentato lo strazio dei suoi genitori nel corridoio asettico di un ospedale. E sta succedendo lo stesso a chi parla della morte di Hannaneh Kia a Nowshahr, o di Ghazale Chelavi ad Amol. Fanno così paura queste ragazze che le autorità offrono laute ricompense alle famiglie che le piangono in cambio del silenzio. Fanno paura al punto che ieri è stato mobilitato l’esercito: polizia, milizie bassiji e pasdaran evidentemente non bastavano. Nel frattempo è stata organizzata una contromanifestazione pro regime ad Isfahan, per l’ennesima volta i collegamenti internet sono stati interrotti e i social network sono rimasti inaccessibili per gran parte della giornata. Fa così paura il coraggio delle ragazze iraniane che il mondo si è accorto di loro. Ha imparato il nome di Mahsa Amini, la “mal velata” arrestata il 13 settembre e deceduta a seguito delle percosse il 16, e l’ha trasformata in un hashtag popolarissimo da compulsare, e intanto fioccano le dichiarazioni accorate e la stampa internazionale si indigna e si commuove, anche in maggior misura di quello che è accaduto in occasione di altre ribellioni, perché è difficile immaginare una piazza più fotogenica, una piazza più struggente, intensa e vitale di quella in cui una giovane donna sfida un fucile agitando i capelli nel vento. Sotto sotto però gli analisti alzano e riabbassano le spalle. E sembra di sentire il suono dei loro pensieri, la rassegnazione di quando si dicono: poverine le schiacceranno come mosche. Perché li abbiamo già sentiti. “Sono solo studenti”: era il ’99 e quelli che manifestavano erano universitari; “sono solo monarchici” hanno detto nel 2003; “sono solo borghesi”, hanno alzato le spalle nel 2009; “sono solo i nuovi poveri esasperati dal carovita”, nel 2017 e nel 2018 e così nel 2019 e nel 2020. “Sono solo infermiere, solo operai, solo conducenti d’autobus, solo pensionati, solo ambientalisti, solo contadini”.
Possibile? Centinaia di migliaia di morti che suscitano solo rassegnazione. Rassegnazione, cliché e viltà. Quella iraniana è una protesta acefala, vincerà la repressione, perché la rivolta non esprime leader carismatici e perché la sproporzione delle forze in campo è schiacciante, non lo vedete? Vincerà la repressione, quindi meglio non esagerare, conteniamo i mullah, agganciamoli a qualche negoziato, che sia sul nucleare o altro. Perché nelle cancellerie occidentali tutti gli occhi sono puntati su Mosca e su Kyiv e nessuno si augura l’ennesimo sconquasso, a maggior ragione in quello che è spesso definito come il vicinato più pericoloso del mondo. “Non è il momento”, sussurrano in troppi senza il coraggio di confessare che ai tempi del senso di colpa collettivo e degli estenuanti dibattiti sull’identity-politics temono di spendersi per valori che in troppi hanno paura a definire universali. Non sia mai che li definiscano islamofobi. Solo in Iran si seguita a credere. Credono in un futuro diverso le ragazze peso-piuma che sfidano la polizia morale e ci credono i loro padri e i fratelli, i mariti e gli amanti. Ci credono e gettano benzina sull’asfalto per far sbandare le motociclette dei miliziani, ci credono e assaltano le volanti che sparano, ci credono e strappano i manifesti di Ebrahim Raisi, picconano le statue di Ali Khamenei e i murales in onore di Qassem Suleimani. Ci credono perché la Repubblica islamica non impara dai suoi errori, è diventata una cricca di bande che sanno solo distruggere. Le ragazze lo sanno e combattono lo stesso, a mani nude, con i capelli al vento, combattono gridando “donna, vita, libertà”. Lo fanno perché il cambiamento pare sempre impossibile fino a un attimo prima di diventare inevitabile, perché come ha ricordato ieri la giornalista della Bbc Sima Sabet: “Le prigioni del regime non sono grandi abbastanza da contenere ottanta milioni di iraniani”.
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