Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.
Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.
La Cina scheda gli studenti omosessuali Commento di Paolo Salom
Testata: Corriere della Sera Data: 30 agosto 2021 Pagina: 26 Autore: Paolo Salom Titolo: «Shangai scheda gli studenti omosessuali»
Riprendiamo oggi, 30/08/2021, dal CORRIERE della SERA, a pag. 26, con il titolo 'Shangai scheda gli studenti omosessuali', l'analisi di Paolo Salom.
Paolo Salom
In cinese Lgbt si dice caihong zuqun, ovvero «comunità arcobaleno». Per non rischiare fraintendimenti, tuttavia, l'Università di Shanghai, una delle più note del Paese, in un comunicato ai suoi vari dipartimenti, si è premurata di aggiungere la sigla internazionale tra parentesi, specificando nei dettagli le differenze tra gay, bisessuali e transgender. Questo per facilitare l'elaborazione da parte di presidi e leader di facoltà di una «ricerca interna» con il fine ultimo di stilare una «lista» di studenti appartenenti a queste categorie. La richiesta, che avrebbe un «referente importante», ha suscitato sorpresa e proteste sui social della Repubblica Popolare, subito contrastati dalla censura. Anche perché, è emerso, tutta l'operazione, definita, si concentra sì sulle preferenze sessuali, ma chiede di indicare anche lo stato psicologico e mentale, le opinioni politiche e i contatti sociali di ragazzi e ragazze. Lo scopo? «Riportare» i suddetti in direzione di una «corretta attitudine nei con fronti dell'amore, della sessualità e del matrimonio». Se è vero che, online, gli appartenenti a ong schierate a difesa dei diritti Lgbt nel Celeste Impero si sono domandati se tale documento violasse le norme sulla privacy promulgate dal governo di Pechino, è evidente che la questione più che legale sia politica. In un'epoca che vede molti Paesi, impegnati a restringere libertà e diritti nella sfera privata (sessuale) — in Europa in prima fila abbiamo l'Ungheria di Orbán e la Polonia di Morawiecki — la Cina si trova dunque in buona compagnia. Pechino dal 1997 non considera più l'omosessualità un crimine, mentre dal 2001 è stata tolta dall'elenco dei «disturbi mentali». Finora le comunità Lgbt erano di fatto tollerate nella loro semi invisibilità. Perché la correzione di rotta? Difficile dirlo ma forse le ambizioni del presidente Xi Jinping di restaurare l'antica grandezza cinese poco si confanno con i «costumi decadenti» in voga in Occidente: quegli stessi costumi che noi chiamiamo libertà.
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