Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Tra le numerose esperienze comunitarie che sono state ideate e realizzate nell’Ottocento e nei primi anni del Novecento in Europa e, soprattutto, negli Stati Uniti – si pensi, solo per fare qualche esempio, alla comunità di Oneida o all’Harmony Society – emerge l’esperienza dei kibbutznik, giovani volontari che, animati dalle idee socialiste e attratti dal sionismo, partirono per la Palestina mandataria per dar vita a quell’esperimento sociale che è stato il kibbutz.
Al contrario di molte altre esperienze consumatesi in un arco di tempo abbastanza ridotto di fronte allo scontro tra realtà ed utopia, la storia del kibbutz è particolare perché anticipa e poi accompagna la nascita dello Stato di Israele, ne segue passo dopo passo le vicende belliche e politiche, vive una accesa dialettica interna sui temi della collettivizzazione e della privatizzazione, rimane spesso sospeso tra passato e futuro, partecipando in prima persona ai cambiamenti decisivi del contesto internazionale e dei conflitti mediorientali che cercano di distruggere lo Stato ebraico. “Kibbutz”, del resto, è un termine ebraico che significa “assemblea” (ma anche – come ci ricorda Claudio Vercelli – “raccolta”, “unione”, “raggruppamento” di persone) e proprio le animate e vivaci assemblee dei primi anni di vita di questa esperienza comunitaria unica possono dare il senso della condivisione, della reciprocità e della responsabilità che animava quei giovani protagonisti, completamente privi di qualunque competenza agricola, ma in grado di progettare l’“ebreo nuovo”, finalmente libero di costruire il mondo intorno a sé. In un’ottica di discontinuità – fatta di pratiche pionieristiche e di tentativi di mediazione diplomatica – va letto il romanzo corale di Assaf Inbari, “Verso casa” (Firenze, Giuntina, 2020), il cui vero protagonista è il kibbutz che cambia, si adatta, si trasforma, non senza lacerazioni interne sulle difficoltà di “vivere una rivoluzione costante”.
Si tratta, a ben guardare, dello stesso spirito di adattamento del sionismo e della sua continua tensione tra modernità e tradizione, tra realtà e sogno, in un contesto di pluralismo interno molto forte, che ha costituito l’habitat ideale in cui trovare risposte adeguate ai problemi che di volta in volta emergevano e che avrebbero potuto cambiare le basi stesse su cui il kibbutz era sorto. Inbari mette bene in evidenza queste trasformazioni profonde: da struttura inizialmente chiusa e difensiva (la torre e la palizzata), il kibbutz si trasforma suo malgrado, con l’arrivo di nuovi immigrati, in una comunità capace di curare le relazioni sociali tra i suoi membri, oltre che di autodifendersi. Da originario organismo non permanente, formato da kvutzot (“gruppi”) di 30-40 persone, che costituivano una piccola unità produttiva di tipo agricolo, il kibbutz sviluppa gradualmente una complessa rete di attività e di servizi, a cui si unisce col tempo la fondamentale necessità dell’autodifesa, prima, e della difesa dello Stato ebraico, dopo. Uno dei tanti protagonisti del romanzo di Inbar mette bene a fuoco questo concetto: “Questo Stato non è sorto dai miracoli, ed è importante per noi incidere nei nostri cuori che non è con un miracolo che ne assicureremo l’esistenza negli anni a venire. In duemila anni di esilio il nostro popolo aveva perso il senso dell’indipendenza e della sovranità e attendeva miracoli e salvezza dal Cielo. La nostra generazione di pionieri si è ribellata contro il tradizionale fatalismo ebraico, è tornata alla storia e ha mutato la sua direzione. [...] Ora sappiamo quello che altri Movimenti di liberazione sapevano prima di noi: che la vera e ultima prova di ogni rivoluzione non sta nel giorno in cui ha luogo, ma nella misura della sua forza di conservare le sue conquiste”. Ecco, il merito dei kibbutzim, forse, è stato proprio quello di aver restituito ad Israele la sua storia.
Giuliana Iurlano è Professore aggregato di Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università del Salento. Collabora a Informazione Corretta