Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Iran criminale: cresce il business delle bandiere di Israele e Usa bruciate in pubblico Commento di Giordano Stabile
Testata: La Stampa Data: 31 gennaio 2020 Pagina: 18 Autore: Giordano Stabile Titolo: «Il business delle bandiere Usa e israeliane da incendiare»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 31/01/2020, a pag.18, con il titolo "Il business delle bandiere Usa e israeliane da incendiare", la cronaca di Giordano Stabile.
Quello di Giordano Stabile è un articolo ironico e serio al tempo stesso, quello che ci vuole per denunciare i crimini del regime degli ayatollah.
Ecco l'articolo:
Giordano Stabile
Nell'economia iraniana messa in ginocchio dalle sanzioni imposte da Donald Trump c'è un settore che tira, anzi è in pieno boom. Ed è quello delle bandiere americane. La domande è rimasta sempre forte, ed è esplosa dopo l'uccisione del generale dei Pasdaran Qassem Soleimani. Gran parte della produzione è concentrata in una fabbrica a Khomein, nei sobborghi meridionali di Teheran. Nei periodi di picco ha una capacità di 2000 bandiere statunitensi e israeliane al mese, con un consumo di 140 mila metri quadrati di tessuto all'anno. Altri stabilimenti minori contribuiscono a soddisfare le richieste, che includono anche le Union Jack, il vessillo britannico. Bandiere a stelle strisce e israeliane vengono regolarmente dipinte agli ingressi di scuole, università, edifici pubblici, per essere calpestate. Quelle in stoffa vengono invece bruciate alle manifestazioni pro-regime, che hanno assunto dimensioni colossali dopo il raid che ha eliminato Soleimani lo scorso 3 gennaio. Il disprezzo per i simboli del «Grande e Piccolo Satana» sono un obbligo. Anche se, dopo l'abbattimento del Boeing ucraino da parte dei Pasdaran, l'8 gennaio, molti studenti si sono rifiutati di passarci di sopra e le hanno aggirate.
Il momento favorevole Il momento resta comunque favorevole al business, come ha sottolineato alla Reuters il proprietario della fabbrica Diba Parcham, Ghasem Ghanjani: «Non abbiamo problemi con il popolo americano o britannico – ha precisato – ma con i loro leader, con le politiche sbagliate che portano avanti. La gente in America e Israele sa che non ce l'abbiamo con loro quando bruciamo le bandiere, è soltanto un modo per protestare». Un pensiero condiviso dai suoi dipendenti: «Bruciare bandiere non è certo offensivo e vigliacco come l'assassinio del generale Soleimani». La Repubblica islamica è nata nel segno della sfida all'America, il grande alleato dello scià, e la rivoluzione è stata segnata dall'assalto all'ambasciata Usa, con 52 diplomatici e impiegati tenuti in ostaggio per un anno. Gli oltranzisti alimentano di continuo l'ostilità e hanno cercato di sfruttare al massimo l'indignazione per l'uccisione di Soleimani. Ma devono fronteggiare un malcontento sempre più forte, specie fra gli studenti. «Il nostro nemico non è l'America – cantavano nelle manifestazioni dopo l'abbattimento del Boeing – il nostro nemico è qui», cioè è il regime degli ayatollah.
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