Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
"Era una limpida mattinata d'inverno, ma c'era un impercettibile indizio dell'avvicinarsi della primavera, forse perché il cielo, che s'intravedeva dietro i vetri, era azzurro quasi come in estate, o forse per le voci chiassose dei negozianti e dei venditori ambulanti che disponevano la mercanzia nella strada sotto le loro finestre, o forse era il suono così particolare delle campane della chiesa di Vladimir..."
Un aspetto poco analizzato dell’opera di Dostoevskij è il suo antisemitismo. Perché chi si elevò a paladino degli umiliati, dei poveri e degli offesi come lui, ebbe poi tanta ripulsa verso il popolo d’Israele così perseguitato e ferito? L’ebreo assilla per così dire i romanzi dello scrittore russo, che sapeva di dover tanto per il suo messianismo alla matrice giudaica, tanto che ha avuto negli ebrei i suoi migliori lettori e interlocutori. Se il popolo russo è il solo possibile popolo “teoforo”, l’elettività dell’ebraismo viene mantenuta sotto il segno dell’indesiderabilità, del maledetto, del traditore e del buffone, o addirittura, come in un passo dell’”Arcipelago Gulag” di Solženicyn, del molestatore della giovane e bella russa detenuta. Il tema dell’antisemitismo dostoevskijano rimane oscuro e per certi versi indecifrabile, e come scrive Leonid Cypkin, autore di questo straordinario romanzo riscoperto da Susan Sontag: “Mi sembrava strano, fino a essere inspiegabile, che Dostoevskij non avesse pronunciato una sola parola per difendere o giustificare un popolo perseguitato per migliaia di anni (…) Non parlava nemmeno degli ebrei come di un popolo, ma come di una tribù”.