Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Egitto e Israele: insieme combattono il terrorismo nel Sinai Cronaca di Giordano Stabile
Testata: La Stampa Data: 05 gennaio 2019 Pagina: 11 Autore: Giordano Stabile Titolo: «La rivelazione di Al Sisi: assieme a Israele combattiamo i terroristi dell'Isis nel Sinai»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 05/01/2019, a pag.11 con il titolo "La rivelazione di Al Sisi: assieme a Israele combattiamo i terroristi dell'Isis nel Sinai" la cronaca di Giordano Stabile
Giordano Stabile Netanyhau con Al Sisi
Egitto e Israele combattono assieme l’Isis nel Sinai, con un «livello di cooperazione mai visto, ad ampio raggio», tanto da includere anche raid dei cacciabombardieri dello Stato ebraico sul territorio egiziano. Il presidente egiziano Abdel Fateh al-Sisi rivela per la prima volta la stretta collaborazione militare con l’ex nemico, l’avversario di tre guerre sanguinose, ora divenuto partner nella lotta contro il terrorismo jihadista. Lo ha fatto in un’intervista al programma 60 Minutes della tv americana Cbs. Con un «incidente» che però ha spinto l’ambasciata egiziana a Washington a chiedere la sospensione della messa in onda. Niente da fare, l’intervista sarà trasmessa domani negli Stati Uniti. L’imbarazzo non riguarda le rivelazioni su Israele ma un altro soggetto, che Al Sisi forse non voleva affrontare. Cioè la presenza di «60 mila detenuti politici», una stima della Ong Human Rights Watch che il leader egiziano ha smentito di fronte alla domanda del conduttore Scott Pelley. Il tema è stato affrontato dopo quello che Al Sisi voleva mettere in evidenza, cioè il livello delle relazioni raggiunto con lo Stato ebraico e le conseguenze geopolitiche, in quanto Israele, Egitto, Emirati Arabi e Arabia Saudita hanno di fatto formato un’alleanza regionale, con la benedizione del presidente americano Donald Trump. L’Egitto è stato il primo Paese arabo a firmare la pace con Israele nel 1979, ma sono stati 40 anni di «pace fredda». L’irruzione dell’Isis nel Sinai e la lotta parallela contro i gruppi jihadisti ha cambiato le cose. Alla domanda se la cooperazione fra i due Paesi sia «più stretta che mai» Al Sisi ha risposto che «sì, è corretto, abbiamo un ampio spettro di cooperazione» e ammesso implicitamente che cacciabombardieri con la Stella di David compiono raid sul Sinai egiziano, come ha rivelato lo scorso febbraio il New York Times. Secondo il quotidiano statunitense Israele ha effettuato oltre 100 bombardamenti fra il 2016 e il 2018, in media uno alla settimana. La cooperazione va però anche nell’altro senso, perché in precedenza il sito israeliano Ynet aveva rivelato che aerei da guerra egiziani sono entrati nello spazio aereo israeliano per colpire postazioni dell’Isis lungo la frontiera. La cooperazione include anche scambi di intelligence e ha avvicinato «come mai prima» gli apparati militari. La lotta implacabile all’estremismo islamico, che Al Sisi conduce da quando nel luglio del 2013 ha deposto l’ex presidente Mohammed Morsi, vicino ai Fratelli musulmani, ha però un contraltare sinistro. La repressione ha coinvolto in massa gli attivisti della Fratellanza, e pure di movimenti laici ostili alla svolta autoritaria. Il conduttore Pelley ha affrontato anche questo argomento e il massacro di quasi mille dimostranti in piazza Rabaa al Cairo, il 14 agosto 2014. Al Sisi ha ribattuto che al sit-in «c’erano migliaia di militanti armati» e che ora in Egitto «non ci sono detenuti politici, ovunque ci sia una minoranza che cerca di imporre la sua ideologia estremista noi dobbiamo intervenire, non importa quanti siano». Una smentita che suona come una conferma.
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