Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.
Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.
'L’Italia racconta Israele 1948-2018', a cura di Mario Toscano Recensione di Paolo Salom
Testata: Corriere della Sera Data: 14 dicembre 2018 Pagina: 49 Autore: Paolo Salom Titolo: «Sospetti, pregiudizi, simpatie: gli occhi dell’Italia su Israele»
Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 14/12/2018, a pag. 49 con il titolo "Sospetti, pregiudizi, simpatie: gli occhi dell’Italia su Israele", il commento di Paolo Salom.
Paolo Salom
La copertina (Viella ed.)
Israele vista dall’Italia nel corso di settant’anni di storia, dal 1948, anno della fondazione (o della rinascita) dello Stato ebraico, al 2018, epoca di disillusioni e orizzonti sempre più velati dalle nubi della guerra. Una raccolta di saggi, scanditi per decenni, a cura di Mario Toscano per la casa editrice Viella (L’Italia racconta Israele 1948-2018), propone un’interessante analisi di come, nel tempo, politici, scrittori, giornalisti hanno narrato il ritorno degli ebrei nella loro patria, il trionfo del sionismo realizzato, il conflitto mai spento con il mondo arabo e musulmano, le speranze di pace esaltate (raramente) o (più spesso) travolte dalle docce fredde della realtà del rebus mediorientale. È un viaggio affascinante che ci illustra, con competenza e chiarezza, i limiti e anche i pregiudizi alla base dell’interpretazione via via data di fronte allo svolgersi di avvenimenti che, dalla cronaca, passavano rapidamente attraverso il setaccio delle diverse ideologie politiche non meno che della religione. Dunque, per la stampa cattolica, la nascita di Israele rimaneva un «problema» teologico che non poteva essere accolto con favore; mentre negli scritti pubblicati sulle nuove riviste di orientamento socialista, il progetto sionista rimaneva — nella sua proposta di un uomo nuovo capace di redimersi attraverso il lavoro — un esperimento da guardare con interesse, pur nel rispetto dei «diritti degli arabi».
Con il passare degli anni, e il mutare delle alleanze internazionali non meno dei rapporti con il mondo arabo — favorito dalla classe dirigente democristiana — l’ambiguità nei confronti dello Stato necessariamente guerriero si farà costante. Con punte di ostilità accesa nei momenti di conflitto aperto. La guerra del Sinai (1956) e, soprattutto, quella dei Sei Giorni (1967) provocheranno un vero e proprio choc nelle coscienze italiane, incapaci di collocare con sufficiente obiettività l’inevitabile capacità bellica degli ebrei israeliani: popolo sotto assedio o aggressore? Più avanti, dopo la breve stagione della pace con l’Egitto, i fuochi di altri scontri — in Libano, oltre il confine settentrionale dello Stato ebraico, soprattutto — e dell’Intifada palestinese faranno prevalere visioni antiebraiche (peraltro presentate come antisioniste) così nette da riportare alla luce convinzioni antiche e mai del tutto archiviate nel cestino della Storia. Il pendolo del pregiudizio continua a oscillare tuttora, anche se con minore foga, visti i recenti avvenimenti mediorientali, che paiono ingarbugliarsi sempre più, invece di sciogliersi in una dicotomia pace-guerra più intellegibile all’opinione pubblica del nostro Paese.
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