Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Israele: ritratto di un Paese felice, nonostante terrorismo e pressione internazionale Commento di Rolla Scolari
Testata: La Stampa Data: 16 luglio 2018 Pagina: 25 Autore: Rolla Scolari Titolo: «Israele felice nonostante tutto: per l'abbondanza di significato»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 16/07/2018, a pag.25, con il titolo "Israele felice nonostante tutto: per l'abbondanza di significato" l'analisi di Rolla Scolari.
Il conflitto israelo-palestinese non trova soluzione da 70 anni, come provano le ricorrenti violenze lungo il reticolato che separa Gaza e Israele, mentre nel Nord, sul confine con la Siria in guerra, sono più recenti disequilibri a tenere alta la tensione con il rafforzarsi dell’Iran atomico. Nel vicino Sud del Libano, Hezbollah rappresenta una costante minaccia per Israele.
La copertina (Rubbettino ed.)
Come è possibile che un Paese da decenni anni nel mezzo di questa instabilità si trovi all’undicesimo posto nella lista del World Happiness Report, vicino a Costa Rica e Finlandia? Che sia quinto tra i Paesi dell’Ocse per soddisfazione dello stile vita, prima di Gran Bretagna e Stati Uniti? «Come può essere così?» per un Paese che non vive soltanto una realtà di guerra e terrorismo, ma anche di «governi instabili, corruzione, abuso di potere, condanna internazionale, servizio militare obbligatorio, alte tasse, mancanza di alloggi a prezzi accessibili, scuole affollate, immigrazione massiccia», è la domanda cui cerca risposta Giulio Meotti, giornalista del Foglio, nel suo Israele. Ultimo Stato europeo (Rubbettino, pp. 169, € 13).
«L’origine paradossale della felicità israeliana», scrive, è forse spiegata da uno studio del Jewish People Policy Institute: «Risiede in un modello culturale opposto a quello ormai in voga in Occidente. Questo studio ha rivelato che l’83% dei cittadini ebrei di Israele considera la propria nazionalità “significativa” per l’identità. L’80% dice che la cultura ebraica è “significativa”. Più dei due terzi (69%) cita la tradizione ebraica come importante. Tutti questi fattori rafforzano la ragion d’essere dello Stato ebraico».
Ciò che rende «dannatamente» felici gli israeliani, spiega Meotti, scarseggia oggi all’Occidente: il significato. Per gli ebrei, Israele non è un posto qualsiasi in cui vivere, è l’unico luogo possibile. È in questa «abbondanza di significato» che per l’autore Israele diventa lezione per un Occidente che «sta attraversando un periodo di immensa confusione causata da una sorta di sfiducia nella nostra identità: il politicamente corretto, il multiculturalismo, un floscio secolarismo che si inginocchia di fronte a islamisti che promuovono la più fanatica incarnazione della fede. L’Occidente è quello che è grazie alle sue radici bibliche. Se l’elemento ebraico di quelle radici è rovesciato e Israele è perso, allora anche noi siamo persi».
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