Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Moda made in Israel dal deserto al futuro Commento di Francesca Nunberg
Testata: Il Messaggero Data: 13 luglio 2018 Pagina: 19 Autore: Francesca Nunberg Titolo: «Il ‘Made in Israel’ dal deserto al futuro»
Riprendiamo dal MESSAGGERO di oggi, 13/07/2018, a pag.19, con il titolo "Il ‘Made in Israel’ dal deserto al futuro" il commento di Francesca Nunberg.
Francesca Nunberg
La domanda è cruciale: esiste davvero una moda israeliana? Di cosa parliamo in un Paese così multietnico, dove si viaggia tra tradizione e modernità, passando dall'estremo della "divisa" da kibbutz shorts e sandali al look da broker della City? Con una certa dose di coraggio i curatori di Fashion Statements hanno spalancato armadi e cassetti organizzando all'Israel Museum di Gerusalemme la prima grande mostra dedicata alla moda, in occasione del settantesimo anniversario della nascita dello Stato. Obiettivo: decodificare e fare conoscere al mondo un settore in grande fermento.
LE ORIGINI Gli oltre 150 pezzi tra abiti, accessori, bozzetti e fotografie, esposti fino al 29 aprile 2019, raccontano come ci si vestiva nel periodo pre-sionista di fine `800, la nascita delle prime griffe come Gottex e Maskit e la coesistenza della moda tradizionale sia ebraica che araba. Su un terreno che forse riesce a tenere lontani i conflitti. «Si comincia a parlare di moda israeliana all'inizio del `900 - spiega Daisy Raccah-Djivre che ha curato la mostra con Noga Eliash-Zalmanovich e Efrat Assaf-Shapira - Abbiamo voluto mettere in evidenza l'influenza delle due ideologie dominanti: gli ideali socialisti si rifletto- no in un abbigliamento più pratico e monocromo ispirato alla Bauhaus, mentre quelli liberali nel design della haute couture europea. A caratterizzare la moda israeliana sono stati il clima caldo, i colori, le ampie forme mediorientali e quelle aderenti europee». Uno dei primi brand è Maskit, fondato nel 1954 da Ruth Dyan e riemerso in anni recenti grazie a Nir e Sharon Tal e che ancora oggi produce una Desert Collection in cui la silhouette moderna si combina con gli elementi del folklore israeliano. Ecco quindi mantelle, abiti lunghi, forme scivolate, pantaloni larghi e quel Desert Coat che fece innamorare Audrey Hepburn e che ancora oggi è il pezzo forte. «Marchi israeliani come Gotex e Beged Or sono noti anche all'estero - continua Daisy Raccah-Djivre - Tra i loro clienti ci sono state Jacqueline Kennedy, Lady Diana e Sophia Loren. Gli stilisti Tamara Yovel Jones e Victor Bellaish hanno lavorato per Roberto Cavalli, Alber Elbaz è stato il disegnatore di Lanvin».
LE IDEOLOGIE Quattro le sezioni della mostra: Holy Land esplora le tradizioni sartoriali provenienti da tutto il mondo, ispirate dal territorio in cui sono confluite: i colori passano dalle tonalità soffici del deserto a quelle sgargianti dell'Asia Centrale. La seconda è Austerity/Prosperity in cui i capi in mostra rappresentano i due ideali estetici di socialismo e liberalismo. La terza racconta il boom del Made in Israel, quando nascono le principali case di moda grazie al supporto governativo; nel 1965 l'Export Institute fonda la Israel's Fashion Week, che mira a trasformare Tel Aviv in una capitale della moda e ad attirare buyer da tutto il mondo. Stilisti come Gideon Oberson, Riki Ben-Ari e Jerry Melitz aprono boutique o atelier indipendenti e nel 1971 viene istituito il prestigioso Shenkar College of Engineering and Design. La quarta sezione è Fashion Now, con gli ultimi sviluppi tra artigianato e tecnologia d'avanguardia: gli abiti diventano tele sulle quali rappresentare idee sociali, a volte si trasformano in opere d'arte. Tra i brand presenti spicca Gottex, celebre per i costumi da bagno deluxe indossati da Lady Diana e Liz Taylor, fondato a Tel Aviv nel 1956 dalla designer Lea Gottlieb e oggi presente in sessanta Paesi del mondo. In mostra anche creazioni di Fini Leitersdorf, la decana degli stilisti israeliani morta nell'86 che iniziò a lavorare a Tel Aviv nel 1940 disegnando costumi teatrali, abiti da donna e da uomo, scarpe, gioielli e perfino bottoni, nonchè il famoso Desert Coat. E ancora Rojy Ben-Joseph, designer tessile di origine bulgara emigrata in Israele nel 1948: il suo brand continua a produrre stoffe grazie agli artigiani di Hebron e Gaza, testimonianza della fusione di culture. E ci siamo anche noi: la Fashion Week di Tel Aviv negli ultimi anni ha ospitato brand italiani come Cavalli, Moschino e Missoni.
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