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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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La Stampa - Corriere della Sera Rassegna Stampa
22.05.2015 Stato Islamico: avanza l'onda nera
Cronaca e commento di Maurizio Molinari, analisi di guido Olimpio

Testata:La Stampa - Corriere della Sera
Autore: Maurizio Molinari - Guido Olimpio
Titolo: «L'Isis marcia su Damasco e Baghdad: l'ultima difesa sono le milizie dell'Iran - Camion-bomba e unità mobili: così avanza il Califfato»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 22/05/2015, a pag. 9, con il titolo "L'Isis marcia su Damasco e Baghdad: l'ultima difesa sono le milizie dell'Iran", la cronaca e commento di Maurizio Molinari; dal CORRIERE della SERA, con il titolo "Camion-bomba e unità mobili: così avanza il Califfato", l'analisi di Guido Olimpio.

Ecco gli articoli:

LA STAMPA - Maurizio Molinari: "L'Isis marcia su Damasco e Baghdad: l'ultima difesa sono le milizie dell'Iran"


Maurizio Molinari e il suo recente libro "Il Califfato del terrore"

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Il progetto finale dello Stato Islamico

L’imam iracheno ribelle, il generale siriano a corto di truppe ed il regista iraniano dell’«Asse di resistenza» delle milizie sciite: sono i capi militari che difendono Baghdad e Damasco dall’avanzata delle truppe del Califfo dello Stato Islamico (Isis).

L’imam ribelle è Moqtada al Sadr, già leader della rivolta sciita anti-Usa, guida l’«Esercito del Mahdi» ovvero almeno 20 mila armati con la roccaforte a Sadr City, cuore di Baghdad. Appena Ramadi è caduta, con Isis a soli 112 km e il Califfo intento a preannunciare la «liberazione di Baghdad e Kerbala», è stato l’imam ribelle a rispondere: «Venite avanti, riempiremo la terra con i vostri cadaveri».

Se il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi teorizza il genocidio degli sciiti - che sono maggioranza a Baghdad e Kerbala - Al Sadr è il leader più carismatico e violento dell’Hashd al-Shaabi, la Forza di mobilitazione popolare che riunisce 90 mila miliziani sciiti addestrati dall’Iran, agli ordini del generale Falih al Fayyadh e di Hadi Al Amiri. Ciò significa che a difendere la capitale, e a guidare i tentativi di allontanare Isis, non sono i soldati dell’esercito del premier Al Abadi ma i miliziani che, dall’inizio della guerriglia anti-Usa nel 2003, combattono con metodi simili a Isis. I Kataeb Hezbollah, per esempio, dopo la presa di Tikrit hanno fatto scempio dei sunniti al punto da dover essere ritirati in fretta.

Un mini-Stato di Hezbollah
La difesa di Damasco è in condizioni più critiche perché dopo quattro anni di guerra civile l’esercito di Bashar Assad è allo stremo: dei 250 mila soldati che aveva ne sono rimasti la metà, a cui si aggiungono 125 mila miliziani sciiti - libanesi, iracheni, pakistani ed afghani - dell’«Asse della resistenza». È un esercito senza gli armamenti Usa lasciati all’Iraq, ridotto a difendere sacche isolate ed alle prese non solo con l’avanzata di Isis - giunto a Palmira, 210 km della capitale - ma anche con quella dell’Esercito della Conquista, la coalizione di ribelli sostenuti da Turchia, Qatar e sauditi, che in aprile ha catturato la provincia di Iblib.

Questi motivi hanno spinto il ministro della Difesa siriano, Fahd Jassem al-Freij, a recarsi a Teheran per chiedere l’invio di reparti di terra. «L’Iran sta costruendo uno Stato dentro lo Stato in Siria come polizza di assicurazione sul dopo-Assad» spiega Charles Lister, analista del Brookings Doha Center in Qatar, secondo cui il crollo del regime portebbe ad un mini-Stato Hezbollah, la milizia libanese che ha 5000 combattenti in Siria e non ha mai perso una battaglia con Isis.

Che si tratti di dover coordinare le milizie sciite irachene o di sostenere il traballante esercito siriano, a decidere con quali risorse e metodi farlo è Qassem Soleimani, il leader della forza Al Quds dei guardiani della rivoluzione che dal 1998 è dietro ogni fazione alleata di Teheran in Medio Oriente. È lui ad aver creato l’«Asse della resistenza» sciita e non lo cela. Quando nel 2007 il comandante americano David Petraeus gli rendeva la vita difficile in Iraq, reagì inviandogli un sms sul cellulare: «Dovrebbe sapere che sono io a guidare la politica iraniana in Iraq, Libano, Gaza e Afghanistan, l’ambasciatore a Baghdad è un mio uomo e anche il prossimo lo sarà». Come dire, qui comando io.

Il generale Suleimani
Se allora Suleimani si muoveva di nascosto, oggi le sue foto a fianco dei miliziani, dentro e fuori Baghdad, dilagano sul web perché vuole far sapere al Califfo che, in ultima istanza, il duello è con lui. A intuire quanto matura è la Casa Bianca che con il portavoce Josh Earnest dice: «Siamo molto preoccupati per la cattura di Palmira da parte di Isis, vi saranno sfide difficili».

CORRIERE della SERA - Guido Olimpio: "Camion-bomba e unità mobili: così avanza il Califfato"

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Guido Olimpio

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Terroristi dello Stato Islamico

Ramadi e Palmira, due teatri diversi. Il doppio successo dell’Isis in Iraq e in Siria nell’arco di una settimana conferma l’abilità bellica e l’inconsistenza dei suoi avversari locali. Con l’eccezione dei curdi, gli unici a strappare porzioni consistenti di territorio ai jihadisti, specie nel nord-est siriano. L’Isis punta sulla mobilità delle sue unità, che si disperdono e si concentrano in vista degli attacchi. Questo per ridurre l’impatto dei raid. Quindi i jihadisti impiegano tattiche che, pur con varianti, sono quasi sempre simili. Intanto le manovre diversive, con le quali costringono il nemico a spostarsi su falsi target. È avvenuto anche a Ramadi. Quindi arriva la spallata affidata ai veicoli bomba usati in quantità. Per distruggere le difese del capoluogo iracheno ne hanno usati una trentina. Tra questi: bulldozer blindati riempiti d’esplosivo, camion corazzati imbottiti di fertilizzante e proiettili d’artiglieria. Non chili ma tonnellate di «miscela» devastante. Mezzi affidati ai kamikaze. Il Pentagono sostiene che in questo modo hanno spazzato via interi isolati e demoralizzato i difensori.

Gli Usa stanno inviando mille sistemi anti tank AT4 promessi in aprile: razzi che dovrebbero fermare la corsa dei veicoli bomba. Solo che servivano prima. Il movimento ha infiltrato combattenti travestiti da soldati, ha usato i mezzi conquistati all’esercito, ha attivato cellule presenti da tempo dietro le linee. Nulla di nuovo. Anche durante la campagna d’estate è ricorso alla quinta colonna che ha colpito in modo preventivo. Molti ufficiali sono stati assassinati, altri sono scomparsi. Una guerra psicologica logorante su un dispositivo già debole. A Ramadi le forze locali non avevano pezzi di ricambio, hanno atteso invano rinforzi, non c’era alcun coordinamento. Dinamismo e determinazione, unita alla capacità dei «colonnelli», hanno permesso a Isis di tenere testa anche a forze superiori in numero.

Lo si è visto a Tikrit e Baiji. Così come hanno sfruttato le divisioni etniche — anche a Palmira — per portare dalla propria parte clan tribali e altri gruppi armati. Nell’antica città ha giocato anche il fattore sorpresa: i governativi non erano preparati, si sono ritirati. Lasciando, forse, enormi depositi d’armi che alimenteranno l’arsenale islamista. In questo modo, l’Isis potrà fare scorta e sostituire mezzi che non sarebbe in grado «mantenere» per poi puntare su assi stradali che portano alle più importanti città della Siria e legano questo scacchiere a quello iracheno. Una risposta a quanti hanno ipotizzato che alla lunga l’Isis non sarebbe riuscito ad avere un pieno controllo su un’area estesa. Il Califfo, per ora, è in marcia .

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