Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.
Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.
SodaStream: i boicottatori antisemiti lasciano senza lavoro 500 palestinesi Commento di Davide Frattini
Testata: Corriere della Sera Data: 03 novembre 2014 Pagina: 23 Autore: Davide Frattini Titolo: «Boicottaggio anti-Israele: a pagare sono i lavoratori»
Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 03/11/2014, a pag. 23, con il titolo "Boicottaggio anti-Israele: a pagare sono i lavoratori", il commento di Davide Frattini. A pagare non sono però solo i lavoratori palestinesi - dei quali non importa nulla a chi apparentemente crede di difenderli - è anche una azienda costretta a un danno economico non indifferente, in specie nella quotazione di borsa.
Davide Frattini
Scarlett Johannson nello spot pubblicitario di SodaStream
SodaStream è più conosciuta per dove lavora che non per aver dato lavoro a Scarlett Johansson. Il 29 per cento delle conversazioni su Internet parla della macchinetta che permette di farsi le bibite in casa per parlarne male. Il marchio è rimasto marchiato dalla campagna del movimento Bds (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni) che preme per interrompere le relazioni con Israele fino a quando continuerà l’occupazione dei territori palestinesi. Perché è in una di queste aree, tra Gerusalemme e Gerico, che SodaStream ha installato una fabbrica: dà lavoro anche a 500 palestinesi, resta inaccettabile per chi considera qualunque operazione nelle colonie in Cisgiordania come uno strumento del controllo israeliano. Martedì il titolo ha perso il 70 per cento del valore al Nasdaq di New York, una depressione più profonda del Mar Morto che sta a pochi chilometri dallo stabilimento contestato. Così i manager hanno deciso di chiuderlo, di trasferirsi nel Negev, allettati — dicono — da 15 milioni di euro in aiuti dello Stato che vuol far fiorire il deserto con le bollicine della soda. I leader dell’organizzazione per il boicottaggio esultano, i lavoratori arabi meno: SodaStream aveva in parte diminuito la disoccupazione che colpisce la zona. La campagna per le sanzioni comincia a preoccupare anche il governo israeliano o almeno i più moderati tra i suoi ministri. Yair Lapid, che guida le Finanze, ha avvertito che senza un accordo di pace le ritorsioni finanziarie possono costare al Paese quasi 5 miliardi di euro e 10 mila posti di lavoro. L’ha detto all’inizio di quest’anno, quando i negoziati con i palestinesi respiravano ancora. Adesso le trattative sono ferme e il premier Benjamin Netanyahu spera di rafforzare i rapporti economici con nazioni — la Cina — meno preoccupate degli europei o degli americani di arrivare a una soluzione per il conflitto che non finisce mai.
Per inviare la propria opinione al Corriere della Sera, telefonare 02/62821, oppure cliccare sulla e-mail sottostante