Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.
Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.
GERUSALEMME — Due pagine, quattro proposte, quattordici chilometri da pattugliare. Il ministero degli Esteri israeliano ha presentato un piano al governo di Benjamin Netanyahu per dare il controllo della frontiera di Gaza, almeno quella a Sud verso il Sinai e l'Egitto, a una forza internazionale. I diplomatici privilegiano nel progetto — rivela il quotidiano Haaretz — l'idea di affidare la missione alle truppe europee, perché dai Paesi dell'Unione sarebbe già arrivata la disponibilità durante i cinquanta giorni di guerra fermati con il cessate il fuoco del 26 agosto. Indicano anche l'ipotesi di soldati occidentali (compresi americani, canadesi, australiani, neozelandesi), Caschi Blu delle Nazioni Unite o militari della Nato. Qualunque siano le divise, il drappello verrebbe dispiegato lungo quello che è chiamato «corridoio Philadelphia», una striscia di sabbia che preoccupa gli israeliani per quello che avviene sotto al deserto: qui sono stati scavati i tunnel usati per i traffici clandestini di benzina, sigarette, medicine. E soprattutto armamenti. La forza internazionale affiancherebbe il lavoro degli egiziani dall'altra parte della barriera che negli ultimi mesi hanno distrutto le gallerie: temono che il via vai viaggi nelle due direzioni e i kalashnikov o i lanciagranate possano raggiungere gli estremisti nella penisola del Sinai. Il mandato sarebbe definito sul modello del gruppo di monitoraggio dell'Unione Europea stazionato sul confine a Rafah tra il 2005 e i 2007: fino a quando Hamas non ha tolto con le armi il controllo di Gaza al presidente Abu Mazen e Israele ha imposto l'embargo economico contro l'organizzazione fondamentalista. La missione «Eu Bam» è appena stata rinnovata di un altro anno, anche se i controllori non sono per ora operativi sulla frontiera. Il ministero degli Esteri a Gerusalemme raccomanda che le truppe internazionali abbiano il potere di intervenire per impedire il riarmo di Hamas: l'intelligence dello Stato ebraico sostiene di avere le prove che i miliziani abbiano già cominciato a ricostruire i tunnel verso Israele bombardati nel conflitto. «Si stanno preparando alla prossima guerra». Abdel Fattah Al Sisi, il generale egiziano diventato presidente, ripete di essere pronto ad aprire i cancelli di Rafah, se le chiavi vengono affidate dal lato palestinese alla Guardia presidenziale di Abu Mazen. Che ieri ha minacciato Hamas di far saltare il governo di unità nazionale creato prima dell'estate, perché — accusa il leader — i fondamentalisti non hanno ceduto il controllo di Gaza ai nuovi ministri tecnici, soprattutto quello delle forze militari. «Se non accettano una sola autorità, una sola legge e un solo esercito, non ci sarà più alcuna unità». Durante le settimane di guerra, i dirigenti di Fatah, la fazione del presidente, sono stati messi agli arresti domiciliari, chi non ha rispettato gli ordini è stato gambizzato.
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