Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Cecilia Zecchinelli continua a non capire nulla di quanto avviene in Israele basta leggere il suo articolo di oggi
Testata: Corriere della Sera Data: 18 giugno 2014 Pagina: 15 Autore: Cecilia Zecchinelli Titolo: «I nastri e l'abbraccio di tre madri Israele prega per i ragazzi rapiti»
Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 18/06/2014, a pag. 15, l'articolo di Cecilia Zecchinelli dal titolo "I nastri e l'abbraccio di tre madri. Israele prega per i ragazzi rapiti" Mentre i famigliari dei ragazzi rapiti testimoniano della vicinanza e della solidarietà dell'intero Israele, l'articolo si chiude con un'affermazione inaccettabile. Ci chiediamo infatti su cosa Cecilia Zecchinelli fondi la convinzione che "la comunità di Nof Ayalon e la yeshiva di Kfar Etzion, pur su «frequenze» diverse, sono però isole a parte in Israele, dove la politica e l'escalation militare sono in assoluto primo piano. E dove anche ieri i media hanno segnalato decine di arresti, la volontà del governo di «farla finita con Hamas», le difficoltà dell'Autorità palestinese. Dimenticando ormai, o quasi, l'evento che ha dato inizio alla crisi sei giorni fa e i suoi tre protagonisti". L'attuale risposta politica e militare al terrorismo mira proprio ad ottenere la liberazione dei tre ragazzi rapiti, oltre che a prevenire nuovi sequestri e attentati. L'affermazione di Cecilia Zecchinelli è perciò completamente falsa: tutto Israele è accanto ai tre ragazzi rapiti e alle loro famiglie. La giornalista del CORRIERE dimostra solo di non essere sufficientemente attenta, anche sul piano umano, per comprendere un dramma che coinvolge l'intero paese
Di seguito, l'articolo:
Cecilia Zecchinelli
All'ingresso di casa Frenkel, sotto un gazebo di tela rossa, i ragazzi della vicina yeshiva leggono il Talmud ondeggiando. «Preghiamo perché Naftali torni presto a quello che ama, la famiglia e noi amici, lo studio e il basket , dice Yakov, 16 anni, coetaneo e dirimpettaio di uno dei tre giovani israeliani scomparsi giovedì e ostaggio, secondo il governo, di Hamas. «In realtà non sappiamo chi li ha presi, Hamas è il male ma la politica la lasciamo ai politici. Qui a Nof Ayalon siamo 600 famiglie pacifiche, né ultraortodossi né coloni, la Cisgiordania è vicina ma ne siamo fuori precisa Yosef, un residente 60enne —. Se vuole può definirci ebrei della classe media, religiosi, moderni e sofisticati o almeno vorremmo esserlo e certo lo saranno i nostri figli, come Naftali che conosco da quando è nato e come i suoi sei fratelli e sorelle». Dentro alla bella villa dei Frenkel, protetta da siepi di benjamin e pochi poliziotti, è in corso il primo incontro tra le tre famiglie protagoniste del dramma che scuote Israele da giorni. Gli Shaer, genitori di Gilad, compagno di Naftali alla scuola religiosa di Kfar Etzion, a Sud di Betlemme, dove è avvenuto il rapimento. E gli Yifrach, madre e padre di Eyal, il 19enne caricato per caso dalla stessa auto mentre faceva l'autostop vicino ai due amici. «Noi famiglie non ci eravamo mai viste ma era importante conoscerci e stare insieme. L'incontro è stato spirituale, emozionante, delle indagini abbiamo discusso solo alla fine, poi ci ha pure chiamato il premier Netanyahu», ci dice la zia di Naftali, lllaet, basco viola e forte accento americano perché come tutti i Frenkel ha doppia nazionalità. «Di fronte a questo crimine ci sentiamo forti, abbiamo il sostegno del mondo a partire dagli Usa dove vive ancora mio fratello e da cui so che tanti pregano per noi». Forza e emozioni, niente politica: è quello che hanno trasmesso con i loro sorrisi nonostante tutto le tre coppie uscite poi nel vialetto, attese dai media locali. Dietro i mariti. Davanti le mogli, quasi sorelle negli abiti da ortodosse, foulard in testa e gonne lunghe, che si sono abbracciate strette. «E presto vogliamo abbracciare così i nostri figli, siamo fiduciosi perché tutta la nazione ebraica è con noi, sentiamo un amore tremendo», ha detto Racheli Frenkel, più abituata di Bat Galim Shaer e di Iris Yifrach a esprimersi in pubblico. «E' una donna combattiva e fantastica —commenta la reporter Yael Freidon —. Lo so perché sono stata sua allieva nello studio della Torah, lei è stata tra le prime che hanno osato insegnarla alle donne». Nella piccola folla, sotto un sole infuocato, non ci sono solo i media. Per dare consigli è arrivato l'ex ministro della Giustizia Yakov Neiman, per offrire solidarietà il padre di Avi Avitan, il soldato rapito e ucciso nel 2000 da Hezbollah. E dagli Usa è venuto fin qui l'anziano cantante Tony Orlando, che 41 anni fa lanciò la canzone «Tie a Yellow Ribbon» a cui si è poi ispirato l'uso di legare nastri gialli agli alberi in attesa del ritorno di ostaggi. «Mi impegno perché ogni americano esponga tre nastri gialli fino alla liberazione di Naftali, Eyal e Gilad», ha detto. E tre ne ha lasciati sulle siepi di benjamin a Nof Ayalon. Emozioni, ma diverse, si respirano 50 chilometri più a Sud, nella yeshiva del kibbutz di Kfar Etzion dove Gilad e Naftali avrebbero dovuto dare gli esami proprio in questi giorni. I loro 300 compagni al liceo rabbinico sembrano stanchi di visite, ricordi e dolore. Nessuno ha voglia di parlare ancora di questa storia di cui potrebbero essere loro le vittime, perché tutti qui fanno l'autostop. Invece studiano, pregano e rimandano al direttore, Avi Sarel, che si dichiara «ottimista», ma provato anche lui da una celebrità non voluta: «A parte Netanyahu — dice — sono venuti fin qui proprio tutti». La comunità di Nof Ayalon e la yeshiva di Kfar Etzion, pur su «frequenze» diverse, sono però isole a parte in Israele, dove la politica e l'escalation militare sono in assoluto primo piano. E dove anche ieri i media hanno segnalato decine di arresti, la volontà del governo di «farla finita con Hamas», le difficoltà dell'Autorità palestinese. Dimenticando ormai, o quasi, l'evento che ha dato inizio alla crisi sei giorni fa e i suoi tre protagonisti.
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