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Tra détente e guerra fredda: i refuseniks

Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.

Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.



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Corriere della Sera Rassegna Stampa
08.05.2014 Le truppe di Bashar Assad riconquistano Homs
Commento di Davide Frattini

Testata: Corriere della Sera
Data: 08 maggio 2014
Pagina: 39
Autore: Davide Frattini
Titolo: «La Caduta di Homs, città simbolo. Adesso il Regime di Assad è più forte»
Riprendiamo, dal CORRIERE della SERA di oggi, 08/05/2014, a pag. 39, l'articolo di Davide Frattini dal titolo "La Caduta di Homs, città simbolo. Adesso il Regime di Assad è più forte"


Davide Frattini      La città di Homs


«Chi controlla Homs controlla la Siria». Lo proclamava due anni fa Ghassan Abdel Al, allora governatore della provincia, le sue parole accompagnate dai primi colpi di artiglieria dell’esercito. Perché il regime non ha mai smesso di bombardare i quartieri di quella che era stata chiamata «la capitale della rivoluzione», le aree dove i ribelli si erano asserragliati con le famiglie: da Baba Amr — sotto assedio e devastata — gli insorti si erano spostati nella Città Vecchia. Fino alla tregua e all’accordo di ieri.
Adesso le ruspe di Bashar Assad abbattono le barricate, la polizia scorta fuori da Homs gli autobus riempiti con gli oppositori armati, verso il nord e il confine con la Turchia, verso le campagne dove ancora si combatte. Per il presidente uscente e di certo rientrante è una vittoria simbolica a meno di un mese dal voto. È anche una conquista strategica: chi controlla Homs controlla la strada che porta da Damasco verso il Mediterraneo, chi controlla Homs è in grado di stabilire una fascia di sicurezza tra la capitale e le città sulla costa dove vivono in maggioranza gli alauiti, la setta del clan al potere minoranza nel Paese.
Così Assad si prepara a ottenere il quarto mandato in elezioni con solo altri due candidati. Anche per molti siriani affamati e stremati da oltre tre anni di conflitto il leader sembra essere diventato quel «male minore» vagheggiato dai diplomatici occidentali. Tony Blair l’ha ammesso: Bashar deve restare al potere per un periodo e facilitare la transizione.
La proposta dell’ex premier britannico sembra valutare solo il tragico presente della Siria. Come se le prime proteste del marzo 2011 non fossero state pacifiche, come se la repressione degli oppositori politici non continuasse ad andare avanti, come se i morti non fossero cresciuti fino a 150 mila, come se non ci fossero state le torture documentate e la fame-arma di guerra usata dal regime contro i civili. L’intellettuale siriano-americana Amal Hanano scrive: «Osservare il presente per cercare una soluzione non è solo ingenuo, è immorale»

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