Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.
Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.
Afghanistan: Karzai sempre più lontano dagli Usa cronaca di Lorenzo Cremonesi
Testata: Corriere della Sera Data: 29 gennaio 2014 Pagina: 34 Autore: Lorenzo Cremonesi Titolo: «Liberare i prigionieri 'pericolosi': la mossa disperata di Karzai»
Riportiamo dalla CORRIERE della SERA di oggi, 29/01/2014, a pag. 34, l'articolo di Lorenzo Cremonesi dal titolo "Liberare i prigionieri «pericolosi»: la mossa disperata di Karzai". Un altro risultato della pericolosamente inetta politica estera degli Stati Uniti.
Lorenzo Cremonesi, Hamid Karzai con Barack Obama
Hamid Karzai rialza la posta e rischia grosso. Deciso a cercare consensi tra i talebani, il presidente afghano si dimostra pronto allo scontro frontale con Stati Uniti e Alleanza Atlantica. Tanto ha fatto e brigato nel criticare le operazioni delle truppe Nato-Isaf negli ultimi mesi, che ora potrebbe venire irrimediabilmente pregiudicata l’offerta di un cospicuo aiuto militare e finanziario alleato dopo il ritiro del grosso del contingente internazionale previsto entro la fine del 2014. «Gli americani vogliono andarsene? Bene per me possono farlo anche subito, Dio sia con loro», dichiara apertamente Karzai. I suoi toni di sfida esasperano il presidente Obama, che notoriamente non lo sopporta. E hanno persino ottenuto la reazione stizzita del normalmente più che compassato segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen. «I leader afghani rischiano di irritare le nostre opinioni pubbliche», ha detto due giorni fa. Temi particolarmente caldi sono ora il rifiuto di Karzai di firmare l’accordo di sicurezza bilaterale con gli Stati Uniti, che dovrebbe regolare le attività militari alleate dopo il 2014, e soprattutto la scelta di liberare una settantina di prigionieri talebani. I comandi Usa li considerano «molto pericolosi» e da quando hanno consegnato il controllo delle prigioni alla polizia afghana chiedono che non vi sia alcun rilascio. Ma Karzai non ci sente. Nei prossimi mesi dovrebbero tenersi le elezioni presidenziali destinate a sostituirlo. Lui vorrebbe passare alla storia come una sorta di padre della patria super partes destinato a pacificare il Paese. Pure, la sua posizione è estremamente precaria. La sua carriera di leader politico è legata a filo doppio agli americani. Fu l’amministrazione Bush a spingerlo al vertice del nuovo corso afghano quando ancora le ultime roccaforti del Mullah Omar resistevano con le armi contro le truppe speciali Usa nel novembre-dicembre 2001. E ora ben poco lascia sperare che il dopo-Nato si apra a scenari di pacifica convivenza. Tutto il contrario. I talebani sono forti, capaci di combattere con efficacia le nuove forze di sicurezza nazionali afghane. Per Karzai resta da monito la sorte di Mohammad Najibullah, il presidente afghano che disse di fidarsi dei talebani e finì per essere castrato e impiccato ad un lampione con qualche biglietto da un dollaro ficcato in bocca poche ore dopo la loro presa di Kabul il 27 settembre 1996.
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