Sul CORRIERE della SERA di oggi, 10/11/2012, a pag. 57, con il titolo "Crimini e violenza dei ribelli in Siria", Lorenzo Cremonesi commenta la guerra civile in Siria. Sul MANIFESTO, a pag.7, con il titolo "Dal re sunnita mano libera alle forze di polizia, ucciso un giovane sciita", Michele Giorgio racconta il clima repressivi nel Bahrain, preceduto da un nostro commento.
Corriere della Sera-Lorenzo Cremonesi: " Crimini e violenza dei ribelli in Siria"

Il modello per gli aspiranti dirigenti della rivoluzione siriana è quello offerto dal Consiglio Nazionale Transitorio libico, che l'anno scorso fu bene o male in grado di fornire ai ribelli una struttura di comando coerente. La grande differenza è però che in Libia c'era la Nato a fare la parte del leone nelle battaglie contro le milizie di Gheddafi; mentre oggi in Siria le brigate della sommossa non dispongono di un alleato tanto potente. Sono invece divise tra loro, legate a donatori diversi, sempre più oltranziste, sempre più anarchiche contro il regime di Bashar Assad ancora pronto a vendere cara la pelle. Con la conseguenza che le violenze sono ormai entrate nel diciannovesimo mese, i morti sfiorano i 40.000, il caos cresce e l'Onu denunciava ieri l'approssimarsi a 4 milioni il numero dei profughi. Solo nelle ultime 24 ore ne sono stati registrati altri 11.000. Ciò fornisce un motivo in più ai circa 400 esponenti siriani riuniti da domenica scorsa in Qatar per organizzare una dirigenza politica unificata. La notizia ieri sera era l'elezione di un comitato esecutivo formato da 11 membri, tra cui esponenti del Congresso Nazionale Siriano (l'organismo dell'opposizione nella diaspora attivo sin dall'estate 2011), oltre a membri dei Fratelli Musulmani e militari disertori dell'esercito lealista. Sono sostenuti da un fronte di Paesi che in forma diversa premono per la rimozione al più presto del regime di Assad responsabile di violenze gravissime.
In prima linea: Qatar, Turchia, Egitto, Arabia Saudita, Libia, Francia e Stati Uniti. E tuttavia le difficoltà restano gigantesche. Ci sono migliaia di gruppi ribelli in Siria, molti in competizione tra loro e non disposti ad obbedire agli ordini della dirigenza nella diaspora. Nelle ultime settimane il fiorire di video e informazioni riguardo a torture e fucilazioni commessi ai danni di soldati e civili lealisti ha notevolmente screditato l'intero movimento rivoluzionario. Primo obiettivo dei nuovi dirigenti sarà proprio quello di imporre ordine e disciplina tra i combattenti.
Il Manifesto-Michele Giorgio: " Dal re sunnita mano libera alle forze di polizia, ucciso un giovane sciita"
Se non c'è di mezzo Israele, i nostri media si guardano bene dal pubblicare quanto avviene negli stati arabo-musulmani, in prima fila nella repressione dei propri cittadini. Devono esserci migliaia di morti e una guerra civile per destare il loro interesse. Fa eccezione, da un po' di tempo, Michele Giorgio, che sul MANIFESTO, dovuto anche al fatto che Israele negli ultimi tempi fa poco notizia, a darcele. Dopo un paio di articoli cautamente critici su Cisgiordania e Gaza, scrive oggi sul Bahrain un pezzo nel quale descrive un paese sotto un regime tirannico. Ne trarranno delle conclusioni i lettori dell'ultimo quotidiano comunista ?
Ecco il pezzo:

Hamad bin Isa al Khalifa
Ali Radhi non è il primo adolescente sciita a rimanere vittima della repressione delle forze di sicurezza agli ordini del re sunnita Hamad bin Isa al Khalifa. Troppi sono i ragazzi e i giovani che hanno pagato il prezzo più alto per chiedere libertà e uguaglianza. La vita di Ali è terminata ieri, a 16 anni, sotto le ruote di un Suv mentre tentata di sfuggire alle cariche della polizia. Inseguito dai poliziotti, il ragazzo è finito su di una strada a più corsie e a scorrimento veloce. È stato travolto. «Si è trattato di un incidente stradale», hanno prontamente comunicato le autorità. Un banale incidente, niente di più. Ma a poche decine di metri stava accadendo di tutto. Le forze di polizia, forti del decreto anti- manifestazioni firmato dal ministro dell’interno Rashid bin Abdallah al Khalifa - nel Bahrain governo e istituzioni nazionali sono saldamente nelle mani della famiglia reale -, hanno disperso con la forza la folla giunta a Diraz, a pochi km da Manama, per ascoltare il sermone del leader spirituale degli sciiti, Sheikh Issa Qassim. In poco tempo nella zona è scattata la caccia all’uomo, nel fumo denso dei lacrimogeni. Ali Radhi è rimasto ucciso, altre decine di manifestanti sono rimasti feriti o intossicati. Un filmato postato in rete da attivisti del movimento di protesta mostra una decina di poliziotti che prendono a calci e a sputi in faccia un giovane arrestato poco prima. «Tolleranza zero» aveva detto il premier, il principe Khalifa bin Salman Al Khalifa (...ancora lo stesso cognome), annunciando qualche giorno fa la decisione del re e del governo di vietare qualsiasi manifestazione pubblica. Anche la più pacifica ed innocua. Un provvedimento che, di fatto, reintroduce la legge marziale imposta nel paese nella primavera 2011 durante la repressione delle proteste di Piazza della Perla, avvenuta con la partecipazione di un migliaio di soldati sauditi e di 500 poliziotti giunti dagli Emirati. «Coloro che offendono la nazione e che usano la democrazia come un pretesto per portare avanti piani che sono contrari agli interessi del paese, saranno sconfitti », aveva detto il primo ministro in evidente riferimento all’Iran che, sostiene la monarchia bahranita, soffia sul fuoco della protesta sciita in tutto il Golfo. «Non è vero – dice al manifesto la nota giornalista e attivista Reem al Khalifa (una sunnita) – in Bahrain è in corso una protesta popolare pacifica che chiede semplicemente riforme, libertà e uguaglianza tra sunniti e sciiti, e una monachia non più assoluta ma costituzionale. Nessuno vuole rovesciare il re». Il rilancio della politica del pugno di ferro, dopo la finta apertura annunciata nei mesi scorsi da re Hamad, ha portato all’arresto immediato di Said Yousif, il vice direttore del Centro del Bahrain per i Diritti Umani, che da qualche giorno sta facendo compagnia in cella al suo capo, Abdel Rahman al Khawaja, condannato a molti anni di carcere. Poi è scattata la vendetta: la revoca della cittadinanza bahranita. Una tremenda punizione per 31 attivisti dell’opposizione sciita, accusati di «aver messo a rischio la sicurezza del paese». Tra coloro che perderanno la cittadinanza vi sono due ex deputati del principale partito sciita "Wefaq", i fratelli Jawad and Jalal Fairuz, e un dissidente molto noto, Hassan Mushaima, leader del partito Haq. «Le autorità hanno fornito motivazioni vaghe sul ritiro della cittadinanza che, invece, appare legato alle opinioni politiche delle vittime di questa decisione... la privazione della cittadinanza non è consentita dalla legge internazionale e le autorità devo revocare il provvedimento», ha protestato Philip Luther, direttore di Amnesty per il Medio Oriente e il Nord Africa.
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