Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.
Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.
Mettere anche Stefano Gaj Tachè nella lista delle vittime del terrorismo venne assassinato 30 anni fa da terroristi palestinesi davanti alla sinagoga di Roma. Commento di Pierluigi Battista
Testata: Corriere della Sera Data: 22 marzo 2012 Pagina: 1 Autore: Pierluigi Battista Titolo: «Ora troviamo un posto per Stefano»
Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 22/03/2012, a pag. 1-17, l'articolo di Pierluigi Battista dal titolo "Ora troviamo un posto per Stefano".
La Sinagoga di Roma, Pierluigi Battista
C'è ancora il tempo per colmare la lacuna e inserire il nome di Stefano Gaj Tachè nell'elenco delle vittime italiane del terrorismo che ogni 9 maggio il Quirinale, con un'iniziativa che non sarà mai abbastanza lodata, celebrerà in una giornata dedicata a chi ha subìto la violenza cieca e omicida dell'intolleranza politica e ideologica. Sono anni che la comunità ebraica chiede che il nome del piccolo bambino ebreo e italiano, ucciso durante un assalto terroristico il 9 ottobre del 1982 all'uscita della Sinagoga Maggiore di Roma, non sia più omesso in quella triste galleria dei ricordi. Oggi si aggiunge la richiesta del fratello di Stefano, Gadiel, che porta ancora oggi nel corpo e nello spirito i segni di quell'attentato: una vittima dell'antisemitismo selvaggio che non ebbe esitazione a colpire bambini ebrei nel cuore del Ghetto di Roma, sulle stesse strade dove il 16 ottobre del '43 migliaia di ebrei romani vennero deportati, senza ritorno, con destinazione Auschwitz. Oggi, dopo la strage orrenda di Tolosa, il «mai più» che risuona come disperata protesta per un massacro che ha colpito dei bambini ebrei, «colpevoli» solo di essere ebrei, quel «mai più» troverà certamente nella sensibilità del Capo dello Stato, un uomo che ha combattuto e combatte senza risparmio una battaglia contro ogni forma di discriminazione, un ascolto particolare. Non c'è davvero una ragione plausibile perché il nome di Stefano Gaj Tachè sia dimenticato tra quelli che hanno patito i colpi del terrorismo. Non c'è possibilità che il ricordo di un bambino ebreo italiano, colpito solo perché bambino ebreo italiano non sia scolpito nella memoria collettiva nazionale. Il ricordo di una violenza antisemita che non è meno bestiale se rivestita di predicazione «antisionista». Il ricordo di un bambino di due anni che si trovava nel mirino dei terroristi mentre usciva da un tempio ebraico per celebrare assieme alla famiglia la festività ebraica di Sukkot (delle Capanne). I terroristi non fecero distinzione alcuna tra «sionista» ed «ebreo». Erano animati da un odio antiebraico assoluto, da un furore così smisurato verso il «sionismo» da scambiare una sinagoga per un «covo sionista» da distruggere e un bambino ebreo per un simbolo dell'oppressione israeliana.
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