Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.
Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.
Yemen verso la guerra civile Cronaca di Davide Frattini
Testata: Corriere della Sera Data: 27 maggio 2011 Pagina: 16 Autore: Davide Frattini Titolo: «Yemen verso la guerra civile. Le tribù sfidano il regime»
Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 27/05/2011, a pag. 16, l'articolo di Davide Frattini dal titolo "Yemen verso la guerra civile. Le tribù sfidano il regime".
Yemen, Ali Abdullah Saleh
Quando i carri armati comandati dai «liberi ufficiali» circondano i l palazzo, Muhammad al-Badr non sa ancora di essere l’ultimo re dello Yemen. Imbraccia il fucile d’assalto e spara contro il metallo blindato, un gesto inutile di sfida prima di prendere il cancello sul retro e fuggire a nord, da dove guida la rivolta contro il regime repubblicano nascente. Sono passati quarantanove anni da quel settembre del 1962 e la guerra civile divide adesso la capitale, a punti cardinali invertiti: a sud sta il presidente Ali Abdullah Saleh protetto dalle truppe della Guardia repubblicana (agli ordini del figlio Ahmed), a nord i soldati del generale Ali Mohsen al-Ahmar spalleggiati da diecimila fedeli degli Hashid, la confederazione tribale più potente del Paese. I sacchi di sabbia, le trincee urbane e oltre cento morti in quattro giorni hanno strappato Saleh dai vecchi alleati. Il leader yemenita viene dallo stesso villaggio di Ali Mohsen e l’appoggio dello sceicco Sadiq al-Ahmar, capo del clan, gli ha garantito di restare al potere per trentadue anni. La villa di Sadiq è bersagliata dalle forze governative e il presidente ha firmato gli ordini di arresto per lo sceicco e i suoi nove fratelli. Lui ripete: «È un bugiardo, la mediazione non è più possibile. Saleh se ne andrà da questa terra. A piedi nudi» . Il presidente ha tolto e rimesso le scarpe già tre volte: in questi giorni, ha promesso (e ritrattato all’ultimo momento) di firmare l’accordo per il trasferimento dei poteri, l’intesa che avrebbe potuto fermare le proteste iniziate quattro mesi fa. Ogni marcia indietro è stata un passo in avanti verso la guerra civile. «Anche per i suoi inattendibili standard di ragionevolezza, ha dimostrato un comportamento irrazionale» , commenta un diplomatico americano al New Tork Times. Saleh prova a spaventare gli occidentali: senza di me— fa capire— il caos e i campi di addestramento per Al Qaeda. La repressione è gestita in famiglia. Il figlio Ahmed, fino alla rivolta il possibile erede al potere, è affiancato da tre cugini e l’aviazione militare è guidata da un fratellastro del presidente. Gli ufficiali dell’esercito rimasti fedeli al leader bombardano i nemici con colpi di mortaio e di artiglieria. Ieri ventotto persone sono morte nell’esplosione di un deposito di armi. Metà dei 23 milioni di yemeniti va in giro con un kalashnikov. Lo sceicco al-Ahmar ha richiamato le tribù verso Sana’a. Le milizie sono state organizzate in plotoni e sarebbero riuscite a conquistare cinque palazzi governativi. Il fratello Hamid, più giovane di quindici anni, è stato il primo, alla fine dell’anno scorso, a chiedere in pubblico (con un’intervista all’emittente Al Jazeera) le dimissioni di Saleh. Milionario (possiede uno dei più grandi operatori di telefonia mobile), più che diventare presidente sembra voler decidere chi sarà il prossimo. Come suo padre ha fatto prima di lui per oltre trent’anni.
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