Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.
Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.
La Turchia sempre meno presente sulla scena politica mediorientale, perchè? Analisi di Antonio Ferrari
Testata: Corriere della Sera Data: 06 maggio 2011 Pagina: 56 Autore: Antonio Ferrari Titolo: «La Turchia batte in ritirata aspettando Siria, Libia e palestinesi»
Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 06/05/2011, a pag. 56, l'articolo di Antonio Ferrari dal titolo "La Turchia batte in ritirata aspettando Siria, Libia e palestinesi".
Recep Erdogan
La Turchia rifiutava l’idea di essere un «modello» per il mondo arabo, preferendo considerarsi una fonte di ispirazione. Però il premier Recep Tayyip Erdogan, che frequenta l’ambizione come se fosse il più prezioso consigliere, aveva immaginato di diventare il confessore-ispiratore di tutti i leader regionali del mondo musulmano. Il presidente egiziano Mubarak ne era geloso perché entrambi condividevano l’alleanza (e gli aiuti in dollari) degli Stati Uniti. Gheddafi lo ascoltava. Al siriano Bashar el Assad, trattato con gli affettuosi rimbrotti di un fratello maggiore, aveva consigliato di avviare subito un robusto piano di riforme per evitare d’essere travolto dalle proteste popolari. Era quasi un invito «coatto» ad agire in fretta. Con i palestinesi il rapporto era specialissimo: a Gaza, a Hebron, e persino a Ramallah era il leader straniero più popolare. La bandiera turca sventolava accanto a quella palestinese. Tanta fama era collegata naturalmente all’asprezza di Erdogan, manifestata e reiterata, nei confronti di Israele, con il quale Ankara ha sempre un accordo di cooperazione, sostenuto dai militari di entrambe le parti. Si era vicini alla realizzazione di quella «profondità strategica» teorizzata dal ministro degli Esteri turco Davutoglu, convinto sostenitore di un’attenzione concentrata sul mondo musulmano, forse a scapito (ma il ministro smentisce) della volontà di proseguire il cammino di Ankara verso la Ue. Ora però qualcosa si è rotto e la superattiva Turchia sta prendendosi una pausa. È ovviamente soddisfatta dell’accordo tra Fatah e Hamas, si è raffreddata con Gheddafi. È diventata più ruvida anche con Assad. Ankara teme un’ondata di profughi dal confinante Paese arabo, e teme soprattutto che dalla Siria possa risvegliarsi il progetto autonomista curdo, cioè del popolo presente in quattro Paesi (Iraq, Iran e appunto Siria e Turchia) che non ha mai rinunciato all’idea di avere un proprio Stato. Ecco perché la Turchia, dopo tanto movimentismo, si è abilmente ritirata dal palcoscenico regionale. Per ora, almeno.
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