Jordan Peterson intervista Benjamin Netanyahu sulla storia di Israele Video con sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello
Jordan B. Peterson intervista il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu sulla storia di Israele e sul diritto degli ebrei alla loro terra ancestrale, la Terra d'Israele, situata tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Questa è la risposta alla narrazione falsa araba e alla loro assurda rivendicazione della terra di Israele, la patria del popolo ebraico da tempo immemorabile. La risposta a qualsiasi rivendicazione araba su una terra che chiamano "Palestina". La terra di Israele, che hanno invaso, non è mai stata terra araba e non sarà mai loro.
Libia, l'intervento della Nato potrebbe risolvere la situazione ? Analisi di Luigi De Biase, commento di Francesco Borgonovo
Testata:Il Foglio - Libero Autore: Luigi De Biase - Francesco Borgonovo Titolo: «Occupare Tripoli. Che può succedere se la Nato decide di sbarcare in Libia - Eurabia è alle porte. Oriana ce l’aveva detto»
Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 25/02/2011, a pag. 1-I, l'articolo di Luigi De Biase dal titolo " Occupare Tripoli. Che può succedere se la Nato decide di sbarcare in Libia ". Da LIBERO, a pag. 3, l'articolo di Francesco Borgonovo dal titolo " Eurabia è alle porte. Oriana ce l’aveva detto ".
Possibilisti che vedono nelle rivoluzioni dei popoli arabi un movimento politico nel quale i fondamentalisti non sono egemoni come Lucia Annunziata (La Stampa), Carlo Panella (Il Foglio), e Renzo Guolo (La Repubblica), propongono un piano Marshall di investimenti per aiutare la transizione. Non tengono conto di quanto è avvenuto dopo l'arrivo di Khomeini in Iran e, soprattutto, non valutano quanto sia sufficiente l'arrivo di un governo per schierare un intero Paese su posizioni di fare ostilità nei confronti di tutto l'Occidente, Israele incluso, come è avvenuto in Turchia con l'arrivo del partito di Erdogan. Tutti sono capaci a dire, dopo, 'è vero, mi sono sbagliato'. Il modesto consiglio che possiamo dare è di valutare meglio 'prima'.
Ecco i due articoli:
Il FOGLIO - Luigi De Biase : " Occupare Tripoli. Che può succedere se la Nato decide di sbarcare in Libia "
Nato
Nelle strade di Tripoli, a poche miglia di mare dalle coste italiane, l’esercito della Libia combatte contro i ribelli che vogliono rovesciare il loro rais, Muammar Gheddafi. Per le fonti locali ci sono migliaia di morti, e l’Europa teme l’esodo di un milione e mezzo di migranti. E’ possibile che una coalizione militare intervenga in Libia per fermare gli scontri tra gli uomini rimasti con Gheddafi e i ribelli? Che cosa accadrebbe se l’esercito americano, insieme ad alcuni alleati europei, sbarcasse a Tripoli e prendesse il controllo del paese? Per rispondere a queste domande, e per ipotizzare uno scenario, il Foglio ha discusso con quattro esperti che hanno affrontato situazioni simili in diverse parti del mondo: Gianandrea Gaiani, direttore della rivista Analisi e Difesa ed esperto militare di questo quotidiano; Roberto Martinelli e Luciano Piacentini, due generali dell’esercito italiano; e Nino Sergi, segretario dell’organizzazione umanitaria InterSos. Primo: per chi si combatte Piacentini dice che l’ipotesi di una guerra civile dovrebbe essere affrontata da una “forza di interposizione” capace di dividere le parti in lotta. La missione agirebbe su mandato delle Nazioni Unite, con regole di ingaggio molto precise. Meglio, ma non sarebbe facile, se fosse composta da eserciti di paesi arabi, o comunque musulmani. “La presenza di occidentali potrebbe essere usata per alimentare uno scontro di civiltà”, dice il generale. Martinelli esclude la possibilità di un intervento della Nato: nessun paese dell’Alleanza atlantica è direttamente coinvolto in questa guerra. Ma pensa che l’Onu potrebbe girare l’incarico a una coalizione internazionale, guidata magari dall’esercito americano. Potrebbe essere un modo valido per rispondere all’emergenza in tempi rapidi, per arginare il pericolo terrorismo e per fermare il traffico di profughi diretti in Europa. Secondo: come si costruisce un esercito La forza potrebbe essere composta da diciotto o ventimila uomini, un numero sufficiente per coprire in modo adeguato l’intera costa della Libia, che è lunga quasi duemila chilometri. Il contingente comprenderebbe soldati americani, britannici, francesi, greci, e turchi. E naturalmente italiani. Il comando della missione dovrebbe essere affidato a un generale a tre stelle americano, ma la base logistica migliore è la Sicilia. In Sicilia ci sono installazioni militari di prim’ordine, come l’aeroporto di Comiso e la base di Sigonella, che ospita la Sesta flotta della marina americana, spiega Martinelli, non c’è posto migliore per il comando logistico arretrato. La presenza del quartier generale non esporrebbe l’Italia al rischio di ritorsioni. Almeno dal punto di vista militare. “La differenza negli armamenti fra noi e Tripoli è enorme. Nessun missile libico potrebbe arrivare in Italia. Il rischio, semmai, sarebbe il terrorismo”. In questa missione immaginaria, il governo dovrebbe mettere a disposizione tre o quattromila uomini. L’esercito italiano avrebbe un ruolo decisivo nelle operazioni. La fase organizzativa prenderebbe agli alleati una decina di giorni. Fase uno: doppio sbarco in Libia Martinelli ha comandato il 187esimo Reggimento paracadutisti della Folgore ed è stato in servizio in Somalia e nei Balcani. In Congo ha comandato il contingente Onu Monuc, nel deserto del Sinai è stato a capo della missione Mfo. Al Foglio dice che pianificherebbe due sbarchi in Libia. Mille uomini delle forze speciali francesi dovrebbero arrivare a Bengasi per prendere il porto e l’aeroporto, mentre altri mille, questa volta italiani, fanno lo stesso a Tripoli. Italiani e francesi sono particolarmente adatti a questo compito perché, grazie alle navi come la Cavour, la Garibaldi e la De Gaulle, hanno elevate capacità marittime. “Se non si incontra resistenza, un gruppo tattico formato da cinquecento uomini può conquistare un obiettivo senza particolari problemi”, spiega il generale. Le notizie in arrivo dalla Libia fanno pensare che le possibilità di un attacco contro i soldati sarebbero basse a Bengasi, la città fortino dei ribelli. Il discorso cambia a Tripoli, dove l’esercito di Gheddafi è ancora forte. Per portare a termine lo sbarco a Tripoli e Bengasi, servirebbero da dieci a quindici giorni. Colpire in anticipo i nemici L’ipotetica invasione dovrebbe essere preceduta da una serie di operazioni di intelligence. Secondo il generale Piacentini, si potrebbe ricorrere alla tecnologia per individuare possibili obiettivi da colpire prima che lo sbarco cominci. Gli specialisti dell’Imint, in particolare, sono capaci di stabilire con grande precisione la natura delle installazioni militari riprese da droni, palloni volanti e satelliti spia. Così, le forze speciali avrebbero la possibilità di cominciare il loro lavoro con molte garanzie di successo in più. Fase due: occupare il territorio Una volta completato lo sbarco, il comando logistico passerebbe dalla Sicilia alla Libia. Tripoli è una base eccellente. L’Italia potrebbe prendere il comando di una delle due brigate (l’altra, di stanza a Bengasi, sarebbe guidata dalla Francia). Secondo Martinelli, la guida potrebbe essere affidata alla Divisione Acqui, che non è mai stata impiegata sinora, ma ha svolto una grande esercitazione lo scorso anno e pare pronta a un compito simile. Il contingente italiano dovrebbe comprendere una brigata di arma base, che potrebbe comprendere paracadutisti della Folgore, fanti della Brigata Sassari, bersaglieri della Garibaldi e carabinieri. Ogni divisione sarebbe responsabile di tre reggimenti da seic e n t o uomini distribuiti nei principali porti del paese. Da lì, ognuno di loro dovrebbe muovere verso l’interno del paese, sino ad avere la meglio su tutte le forze nemiche. Salvo complicazioni, questa operazione potrebbe richiedere un mese di tempo e perdite consistenti. Nella rivolta libica, dice Piacentini, non sono state bruciate bandiere americane o israeliane: questo significa che l’ostilità nei confronti dell’occidente non è un fattore in gioco. L’arrivo di un contingente occidentale, tuttavia, potrebbe essere acc o m p a - gnato da atti di terrorismo, un fenomeno che è comunque presente in tutta l’area del Maghreb. L’ora dell’intelligence In questa fase, dice al Foglio il generale Piacentini, l’intelligence umana ha un ruolo preponderante su quella tecnologica. Piacentini ha comandato il Nono reggimento d’assalto paracadutisti Col Moschin e ha servito negli organi di informazione e sicurezza. Ha partecipato a numerose missioni in tutto il medio oriente e in Afghanistan. Pochi mesi fa ha pubblicato un libro, “L’intelligence tra conflitti e mediazione”, scritto con Claudio Masci. Le forze internazionali dovrebbero sfruttare i contatti costruiti nel tempo dai Servizi dei paesi che hanno più legami con la Libia. Le loro informazioni devono essere confermate rapidamente, in modo da permettere di stabilire contatti con tutti gli interlocutori attendibili: informatori, rappresentanti di clan e tribù, esponenti politici e militari. Per stabilire chi siano le persone giuste con cui parlare, Piacentini suggerisce il ricorso alla “psicologia etnica”. “Bisogna avere specialisti che conoscano bene sia la lingua, sia le culture presenti sul teatro – commenta il generale – E’ fondamentale riconoscere i comportamenti, i gesti, le tradizioni e gli obiettivi di ogni gruppo. Nel caso dell’Afghanistan, non si può affrontare una conversazione con un pashtun senza sapere che, in cima alla loro scala di valori, non c’è la religione bensì un codice tribale”. Spie italiane a Tripoli? Due apparati svolgono questa operazione in Italia. Da un lato c’è il Secondo reparto Informazione e sicurezza (Ris), che lavora a stretto contatto con le Forze armate; dall’altro c’è l’Agenzia informazione e sicurezza esterna (Aise), che ha compiti più ampi. Tripoli è un punto strategico sulla mappa del Mediterraneo anche per le sue riserve di petrolio e di gas naturale. Questo particolare dovrebbe favorire il compito dell’intelligence italiana: la dottrina prevede che i servizi di informazione siano presenti in tutti i paesi rilevanti per “l’interesse nazionale”, e in Libia non c’è società energetica più grande di Eni. Tuttavia, dice l’esperto militare del Foglio, Gianandrea Gaiani, le dichiarazioni rilasciate sinora dai nostri rappresentanti diplomatici non sono incoraggianti. “Il livello delle informazioni è troppo basso – spiega – Ma questo è un problema che non riguarda tutte le cancellerie dell’occidente, e rende difficile un’operazione su vasta scala”. Fase tre: gli aiuti umanitari Dal punto di vista degli aiuti umanitari, i grossi spostamenti di popolazione sono affrontati prima di tutto con la costruzione di campi per i profughi, dice al Foglio Nino Sergi di InterSos. “Il campo deve fornire tutto quello che è necessario – spiega – Le varie organizzazioni umanitarie si muovono coordinate dalle Nazioni Unite in base alle loro specializzazioni: qualcuno costruirà ambulatori, altri distribuiranno i viveri, altri faranno le scuole. L’importante è che, nel giro di pochi giorni, chi viene accolto senta ripartire la normalità della vita: i bambini devono poter andare a scuola, le donne devono poter cucinare per le loro famiglie e devono avere l’acqua per lavare gli indumenti. Nel caso in cui ci siano fughe oltre il confine, il coordinamento passa all’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. Quando il conflitto è definitivamente terminato, l’azione umanitaria diventa ancora più mirata”.
LIBERO - Francesco Borgonovo : " Eurabia è alle porte. Oriana ce l’aveva detto"
Oriana Fallaci
Una «Cassandra che parla al vento». Così si definisce Oriana Fallaci nelle righe iniziali di La Forza della Ragione. Oltre due anni prima aveva pubblicato un libro fulminante, molte cancellerie europee esultavano di fronte alla caduta dei dittatori del Maghreb, quasi che le rivolte fossero l’avvio di una stagione di democrazia e libertà per il Nord Africa. Nessuno si è chiesto perché cadessero i regimi più morbidi e non quelli feroci tipo l’Iran. Nessuno ha riflettuto sul fatto che non sempre c’era relazione tra le condizioni di vita delle fasce popolari di quei Paesi e la voglia di buttar giù il tiranno. In Sudan il reddito pro capite lordo è di appena 2.377 dollari eppure non ci sono state rivolte, mentre la ribellione è scoppiata in Libia, uno degli Stati in cui il reddito è superiore a quello di Romania, Serbia e perfino del Brasile. Non sono la molla economica, la pancia vuota o la disoccupazione che hanno scatenato la voglia di abbattere il despota. La motivazione è quella che Oriana aveva capito prima di altri e non a caso i regimi che stanno cadendo sono quelli più vicini all’Europa, anzi, quelli che si erano aperti al vecchio continente, importandone anche alcune abitudini. Egitto, Tunisia e Libia. Tutti affacciati sul Mediterraneo, tutti a due passi dalle coste di Italia, Spagna e Grecia. Ci vuole poco a capire che esiste un disegno, che ci sono centinaia di migliaia di persone, forse alcuni milioni, che alle spalle del Maghreb premono per lasciare l’Africa e sbarcare da noi. Un’invasione pacifica, quasi umanitaria, agevolata dalla commozione di chi, in Occidente, vede le carrette del mare cariche di disperati e spalanca le porte dell’accoglienza. Purtroppo di fronte a quello che rischia di trasformarsi in un esodo biblico, in un’occupazione senza armi, almeno per ora, la Ue non sa che fare. Essendo una mera espressione geografica, un’immensa burocrazia senza lingua, leggi, cultura comune e pure senza esercito, sta a guardare e ci condanna ad arrangiarci. Anzi, ci condanna e basta, perché appena alziamo un dito per rimandarli da dove sono venuti l’Europa ci sanziona. Arrivano a centinaia di migliaia e non possiamo neanche difenderci, così agevoliamo chi vuole invaderci, col rischio di trovarci presto a combattere in casa nostra contro il fondamentalismo islamico. E anziché alzare la voce, invece di invocare un piano condiviso per far fronte all’emergen - za e tutelare l’interesse nazionale, in Italia l’unica immigrata di cui le forze politiche e i giornali si occupano con maniacale passione è Ruby. Altro che libici, tunisini, egiziani, sudanesi o algerini. Qui la sola clandestina che fa discutere è la presunta escort di Arcore. Le tragedie del Nord Africa o quella che rischiamo noi nel futuro prossimo possono attendere. Adesso c’è Berlusconi da abbattere, poi si vedrà. Anche su questo, sull’inettitudine della nostra classe politica, aveva ragione Oriana.
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