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Jordan Peterson intervista Benjamin Netanyahu sulla storia di Israele 06/04/2025

Jordan Peterson intervista Benjamin Netanyahu sulla storia di Israele
Video con sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello

Jordan B. Peterson intervista il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu sulla storia di Israele e sul diritto degli ebrei alla loro terra ancestrale, la Terra d'Israele, situata tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Questa è la risposta alla narrazione falsa araba e alla loro assurda rivendicazione della terra di Israele, la patria del popolo ebraico da tempo immemorabile. La risposta a qualsiasi rivendicazione araba su una terra che chiamano "Palestina". La terra di Israele, che hanno invaso, non è mai stata terra araba e non sarà mai loro.



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Liberal - Corriere della Sera Rassegna Stampa
29.06.2009 Il riconoscimento della natura ebraica di Israele deve avere la massima priorità diplomatica
Analisi di Daniel Pipes e Lorenzo Cremonesi

Testata:Liberal - Corriere della Sera
Autore: Daniel Pipes - Lorenzo Cremonesi
Titolo: «Lo Stato di Yahvè è la condizione per la pace - Israele, il nodo delle colonie che Obama non affronta»

Riportiamo da LIBERAL del 24/06/2009, l'articolo di Daniel Pipes dal titolo " Lo Stato di Yahvè è la condizione per la pace " e dal CORRIERE della SERA di oggi, 29/06/2009, a pag. 10, l'articolo di Lorenzo Cremonesi dal titolo " Israele, il nodo delle colonie che Obama non affronta " preceduto dal nostro commento. Ecco gli articoli:

LIBERAL - Daniel Pipes : " Lo Stato di Yahvè è la condizione per la pace "

 Daniel Pipes

La questione dello Stato ebraico era già stata coraggiosamente affrontata
dal premier israeliano Olmert nel corso dei colloqui di pace di Annapolis.
L'11 novembre del 2007, il politico aveva dichiarato: «Non intendo in alcun
modo trovare un compromesso sulla questione dello Stato ebraico. Ciò
costituirà una condizione per il nostro riconoscimento di uno Stato
palestinese.» Va però ricordato che 56 Paesi e l'Anp fanno parte
dell'Organizzazione della Conferenza islamica; e la maggior parte di questi
membri, inclusa l'Anp considera la shari'a (la legge islamica) come la loro
principale, se non unica, fonte di legislazione. L'Arabia Saudita esige
perfino che ogni suddito sia musulmano. Inoltre, il nesso
religioso-nazionale si estende ben oltre i paesi musulmani. Jeff Jacoby del
Boston Globe fa notare che la legislazione argentina «autorizza l'appoggio
governativo alla fede cattolico-romana. La Regina Elisabetta II è il
governatore supremo della Chiesa Anglicana. Nel regno himalayano del Bhutan, la Costituzione proclama il Buddismo "patrimonio
spirituale" della nazione (...) La religione predominante in Grecia,
dichiara il paragrafo II della Costituzione ellenica, "è quella della Chiesa
Ortodossa Orientale di Cristo"».
E allora, perché il rifiuto camuffato da principio di riconoscere Israele
come Stato ebraico? Probabilmente perché l'Anp -- e l'Olp prima di questa -- 
vuole ancora eliminare Israele come Stato ebraico. Si noti l'utilizzo del
verbo "eliminare", non distruggere. Sì, è vero, l'antisionismo ha
prevalentemente assunto fino ad ora una forma militare, dal proclama di
Gamal Abdel Nasser di «gettare gli ebrei in mare» a quello di Mahmoud
Ahmadinejad che «Israele deve essere cancellato dalle carte geografiche». Ma
la potenza delle Israeli Defence Forces -- le Forze speciali di
combattimento israeliane, il complesso che unisce servizi segreti e militari
in servizio -- ha spinto l'antisionismo verso un più sottile approccio volto
ad accettare uno Stato israeliano, ma smantellando il suo carattere ebraico.
Gli antisionisti prendono in considerazione diversi modi per conseguire
questo risultato:

Demografia. I palestinesi potrebbero sopraffare demograficamente la
popolazione ebraica di Israele, un obiettivo evidenziato dalla loro pretesa
di esercitare un "diritto al ritorno" e dalla loro cosiddetta guerra
dell'utero.
Politica. I cittadini arabi di Israele ricusano sempre più la natura ebraica
del paese ed esigono che esso diventi uno stato binazionale.
Terrorismo. Il centinaio di attacchi sferrati settimanalmente dai
palestinesi dal settembre 2000 al settembre 2005 cercarono di provocare il
declino economico, l'emigrazione e l'appeasement.
Isolamento. Tutte quelle risoluzioni delle Nazioni Unite, le condanne
editoriali e le aggressioni nei campus intendono intaccare e distruggere lo
spirito sionista.
Il riconoscimento da parte araba della natura ebraica di Israele deve avere
la massima priorità diplomatica. Finché i palestinesi non accetteranno
ufficialmente il sionismo, seguitando poi a porre fine a tutte le loro varie
strategie per eliminare Israele, i negoziati dovrebbero essere interrotti e
non riavviati. Fino ad allora, non c'è nulla di cui discutere.

CORRIERE della SERA - Lorenzo Cremonesi : " Israele, il nodo delle colonie che Obama non affronta "

 Lorenzo Cremonesi

Cremonesi sostiene che per i processi di pace fra arabi e israeliani " Le colonie israeliane rappresentano l’ostacolo più tangibile ". Nessun accenno al terrorismo degli arabi, al loro rifiuto di riconoscere Israele come Stato ebraico. Netanyahu si è impegnato a smantellare gli insediamenti illegali e si è dichiarato favorevole alla nascita di uno Stato palestinese. Ha fatto delle proposte, tutte rifiutate dalla parte araba. L'ostacolo più tangibile non sono le "colonie israeliane", ma la mancanza di volontà degli arabi di raggiungere la pace con Israele. Ecco l'articolo:

Colonie israeliane nella Ci­sgiordania occupata e cosid­detto «diritto al ritorno» palestinese al­le abitazioni e proprietà perdute al tem­po del conflitto 1947-49 costituiscono ostacoli formidabili a qualsiasi tentati­vo di rilancio di negoziato di pace. Ba­rack Obama sino a ora ha solo esplora­to i termini della questione, senza dav­vero compiere passi concreti. Ma i due problemi sono ineludibili, poiché nella loro essenza escludono reciprocamen­te l’esistenza dell’avversario sulla base del progetto di due Stati indipendenti a occidente del Giordano.
Le colonie israeliane rappresentano l’ostacolo più tangibile. Dal 1967 sono via via cresciute con una rete di strade e infrastrutture complessa in quelle stes­se regioni dove dovrebbe nascere lo Sta­to palestinese. Oggi sono abitate da cir­ca 500.000 persone, incluse quelle resi­denti a Gerusalemme Est. Qui, specie nell’ultimo ventennio, l’urbanizzazione dei nuovi quartieri ebraici ha letteral­mente assediato i vecchi nuclei arabi spingendosi verso la depressione del Mar Morto. Con tutta la buona volontà, è praticamente impossibile anche solo immaginare di poter tornare alla situa­zione pre Guerra dei sei giorni.
Il problema del «diritto del ritorno» appare meno tangibile — si trova nella sfera mutevole dell’ideologia, non è fatto di cemento, olivi tagliati e campi requisi­ti come quello delle colonie — ma resta grave e risulta accresciuto dallo scontro inter palestinese tra Hamas e Fatah, di­ventato guerra civile negli ultimi tre an­ni. Yasser Arafat, pur con alcune formule ambigue, aveva acconsentito di cancellar­lo. E oggi il presidente Mahmoud Abbas appare deciso a non cambiare strada. Ha­mas invece ne fa il suo cavallo di batta­glia, il perno della «guerra santa» contro il «nemico sionista» e alimenta pericolo­se, oltreché illusorie, speranze di riscatto anche tra i palestinesi sparsi nella diaspo­ra. Su questo punto la chiarezza è neces­saria, anche nei confronti di utopici dise­gni di uno Stato binazionale: il «ritorno» dei profughi palestinesi alle loro case (che in gran parte comunque non esisto­no più da molti anni) vorrebbe dire la fi­ne dell’Israele attuale.

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