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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Corriere della Sera Rassegna Stampa
22.06.2009 Un titolo che non rispecchia il contenuto del suo articolo
Corriere a lezione da Repubblica?

Testata: Corriere della Sera
Data: 22 giugno 2009
Pagina: 10
Autore: Philip Gourevitch
Titolo: «L’Abu Ghraib che non vedremo mai»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 22/06/2009, a pag. 10, l'articolo di Philip Gourevitch dal titolo " L’Abu Ghraib che non vedremo mai ".

Il titolo dell'articolo è in contraddizione con l'articolo stesso. Che la linea nel trattare la politica estera del Corriere si sia appiattendo su quella di Repubblica? Ci auguriamo di no e invitiamo i lettori di IC a scrivere alla redazione del Corriere per protestare per la scelta di un titolo inappropriato all'articolo di Gourevitch. Ecco l'articolo:

 Philip Gourevitch

Nell’aprile del 2004, quando le fotografie scattate da Sabrina Harman (agente speciale del 372˚reparto di polizia milita­re) e da Charles Graner (incari­cato del turno di notte nel blocco degli in­terrogatori) furono passate alla stampa, quelle immagini scossero la coscienza del mondo. Ma non solo: resero anche un pre­zioso servizio pubblico all’America. Grazie a quelle foto abbiamo capito qualcosa di noi stessi che forse sospettavamo, ma sen­za esserne consapevoli fino in fondo, e cioè che il governo Bush aveva deciso di combat­tere il terrore con il terrore, e la tortura con la tortura.
Cinque anni più tardi, l’America si è tro­vata nuovamente alle prese con il dibattito se pubblicare o meno le fotografie che mo­strano i nostri soldati mentre utilizzano le «tecniche di interrogatorio» volute dal go­verno Bush ad Abu Ghraib e altrove. Barack Obama, che come suo primo atto presiden­ziale ha reintrodotto il reato di tortura, sul­le prime era favorevole a rendere pubblica la documentazione fotografica. Ma poi ci ha ripensato. I suoi critici affermano che ta­le decisione lo mette sullo stesso piano dei suoi predecessori. Ma si sbagliano. Proprio come fu nell’interesse del Paese pubblicare le foto di Abu Ghraib cinque anni fa, Oba­ma ha ragione nell’affermare che oggi non abbiamo alcun bisogno di visionare nuovo materiale. Il presidente sostiene che lancia­re in giro per il mondo una nuova sfilza di immagini di maltrattamenti e abusi inflitti ai prigionieri non farebbe altro che infiam­mare i nemici dell’America e mettere a re­pentaglio le truppe americane in Afghani­stan e in Iraq. Non c’è alcun dubbio che le azioni ritratte abbiano già causato danni in­commensurabili alla causa americana.

Emerge tuttavia un’altra considerazione critica. La pubblicazione di ulteriore mate­riale fotografico non ci direbbe nulla di nuovo, rispetto a quanto già sappiamo. Non abbiamo bisogno di un’immagine per sapere che gli agenti americani hanno fatto uso del
waterboarding (l’annegamento si­mulato) quando l’ex vice presidente Dick Cheney si vanta pubblicamente di aver sot­toposto a tale pratica i detenuti.

Obama non mette il bavaglio all’informa­zione, opponendosi alla pubblicazione di nuove fotografie, e infatti ha appena reso pubblica tutta la documentazione del gover­no Bush che autorizzava l’impiego di meto­di capaci di infliggere umiliazione e soffe­renza, come quelli illustrati dalle foto di Abu Ghraib. A chi vogliamo darla a bere, se non a noi stessi, fingendo di aver bisogno di nuove foto per sapere quello che stava accadendo? Le fotografie scattate sulla sce­na del crimine, malgrado il forte impatto emotivo, possono servire anche da distra­zione, persino da depistaggio, e intralciare la chiara comprensione degli eventi. Le fo­tografie infatti non rivelano da chi partiva­no
ordini e direttive, né fanno riferimento ai processi decisionali di Washington. Le fo­to non raccontano storie, forniscono soltan­to la traccia di storie, e l’evidenza è muta: di qui l’esigenza di indagine e interpretazio­ne. Ho passato oltre un anno in compagnia delle fotografie di Abu Ghraib mentre scri­vevo un libro sui soldati che le avevano scat­tate e vi si erano fatti ritrarre. Ho avuto mo­do di esaminare un numero assai maggiore di inquadrature rispetto a quelle pubblicate dalla stampa.
Tuttavia, per narrare con maggior effica­cia la storia delle foto, ho preferito escluder­le completamente dal libro. Avevo a disposi­zione oltre due milioni di parole di intervi­ste su cui lavorare, e altrettante estratte dai documenti ufficiali, e in questo modo ho potuto dimostrare che le cose peggiori acca­dute ad Abu Ghraib non sono mai state fo­tografate. Quello che i soldati-fotografi ci hanno rivelato con le loro fotocamere digi­tali non è che una minima parte di quanto hanno da dirci, se solo siamo disposti ad ascoltarli. Le foto purtroppo non possono provare che le vere mele marce erano ai ver­tici della catena di comando a Washington, ed è questo che dobbiamo sapere. Ma già lo sapevamo, e noi tutti abbiamo a lungo aval­lato quelle scelte: è con questa verità che og­gi siamo chiamati a fare i conti

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