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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Corriere della Sera - La Repubblica - Ansa - Adnkronos Rassegna Stampa
03.04.2009 Terrorista palestinese uccide a colpi d'ascia un tredicenne e ferisce un bambino
Cosa c'entra Lieberman ?

Testata:Corriere della Sera - La Repubblica - Ansa - Adnkronos
Autore: Francesco Battistini
Titolo: «Israele, Lieberman sette ore dalla polizia»

Ieri a Bat Ein un terrorista palestinese armato di ascia ha ucciso un tredicenne e ferito un bambino di sette anni. Tutti i media italiani trattano la notizia tranne ANSA e ADNKRONOS. Evidentemente l'assassinio a sangue freddo di un ragazzino ebreo non fa abbastanza scalpore per le due agenzie stampa.

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 03/04/2009, a pag. 18, la cronaca di Francesco Battistini dal titolo " Israele, Lieberman sette ore dalla polizia " preceduto da un nostro commento.

CORRIERE della SERA - Francesco Battistini : " Israele, Lieberman sette ore dalla polizia "

L'impostazione dell'articolo è sbagliata. Nel titolo si fa riferimento all'interrogatorio della polizia a Lieberman per le accuse a suo carico di frode. L'articolo è sull'attentato terrorista palestinese, ma nel titolo non viene scritto. Sembra quasi che Lieberman sia stato interrogato sette ore dalla polizia per aver ucciso il ragazzo.
Battistini dà la responsabilità dell'attentato a Lieberman e alle sue dichiarazioni di ieri. Questo non è corretto. I terroristi palestinesi hanno più volte dichiarato che, per loro, un governo vale l'altro e un attentato non si organizza in 24 ore.
Battistini, comunque, non è l'unico a intravedere un nesso (inesistente) fra le dichiarazioni di Lieberman su Annapolis e l'attentato: lo fanno anche gli altri quotidiani italiani tranne UNITA'  e REPUBBLICA.
La cronaca di Alberto Stabile su REPUBBLICA, però, chiama il palestinese "assalitore".

GERUSALEMME — È entrato negli uffici di Bat Ein, vestito da ebreo ortodosso. «Correva». Ave­va un’ascia in mano. «Abbiamo cercato di bloccarlo». È riuscito a scavalcare le scrivanie, oltre gli adulti. «Quando ha visto i bambi­ni, ha colpito». L’ascia ha ucciso sul colpo un ragazzino di 13 an­ni e ne ha ferito un altro, di set­te. I coloni hanno preso le armi, sparato. Il palestinese era ferito, ma è riuscito a scappare. Le sue vittime, Shlomo Nativ e Yair Gamliel, non hanno cognomi qualunque: il primo era il figlio del fondatore di Bat Ein, insedia­mento che sta a metà strada fra Gerusalemme e Hebron; il padre del secondo è in carcere, 15 anni di condanna, per un attentato a una scuola palestinese.
Difficile farlo passare per uno psicopatico: la sua azione è stata rivendicata da Jihad islamica. Difficile dire che non c’entrano le parole incendiarie di Avigdor «Yvette» Lieberman, il neomini­stro degli Esteri: si vis pacem pa­ra bellum, aveva detto solo po­che ore prima, e invece la guerra è già bell’e pronta. L’aria si scal­da. E al secondo giorno di gover­no, «Yvette» ci mette ancora del suo: dopo Annapolis, getta nella pattumiera le trattative con la Si­ria sul Golan («non lo restituire­mo, Israele può offrire solo pace in cambio di pace»); incassa l’av­vertimento del siriano Bashar As­sad («il Golan tornerà a noi con la pace o con la guerra»); precisa che sulla Road Map «non ci sarà un Israbluff, perché abbiamo as­sunto obblighi e li rispetteremo, ma ci vuole reciprocità»; dice di voler «dialogare con l’Autorità palestinese di Abu Mazen, ma vo­glio anche accertarmi che l’asse­gno sia coperto: lotti contro il terrorismo, controlli Gaza, smili­tarizzi Hamas, altrimenti sarà dif­ficile andare avanti sulla Road Map».
La strada si fa difficile anche per lui. Passate le elezioni, forma­to il governo, Lieberman ieri è stato convocato dalla polizia. Set­te ore sotto torchio. È la vecchia inchiesta per corruzione, rici­claggio e abuso d’ufficio che ri­guarda lui, suo figlio e il suo lega­le: in ballo ci sono grandi som­me di denaro, perché con una se­rie di finte società si sarebbero fatti pagare dall’estero, illegal­mente, la campagna elettorale. Era un interrogatorio già fissato, dicono gl’investigatori, e altri ne seguiranno. Una bomba a orolo­geria, anche se la giustizia israe­liana ha spesso tempi biblici e lo stesso Lieberman, qualche gior­no fa, ha messo le mani avanti: se ci sarà processo, lui non ha nessuna intenzione di lasciare la poltrona.
Deve prepararsi alla sua guer­ra personale, «Yvette», se vuole governare in pace. Gli attacchi interni ed esterni si moltiplica­no.
Il presidente Peres, che nel 2001 lo voleva far processare al­l’Aja per razzismo, non apprezza le sue uscite. Tzipi Livni dice che «questo governo non è un part­ner per la pace coi palestinesi». Hillary Clinton chiede un incon­tro urgente (Obama vedrà Netan­yahu a maggio). E gli egiziani, che ancora aspettano le scuse per la volta che Lieberman pro­pose di bombardarli con l’atomi­ca, ieri l’hanno detto chiaro: «Non è un interlocutore. Non lo è nemmeno Netanyahu. D’ora in poi, per parlare col governo isra­eliano, il nostro uomo sarà Ehud Barak. Il laburista. L’unico ragio­nevole ».

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