Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.
Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.
Nei lontani anni ’60 Umberto Eco invitava alla formazioni di “Gruppi di guerriglia semiologica” con lo scopo di analizzare, grazie alle chiavi di interpretazione offerte dall’attuale (in allora) disciplina, telegiornali e mass media in genere per cogliere il vero “messaggio” veicolato al di là di quanto appariva a prima vista. Naturalmente il clima fortemente ideologizzato del tempo fece sì che non se ne facesse niente. La Stampa,sempre attenta, ne ha preso atto e pare essersi posta come obiettivo quello di assomigliare sempre più ai TG di allora, naturalmente riveduti e aggiornati. Così, invece dei tagli di nastri si sforza per essere sempre e comunque “politically correct”. Ma i suoi pregiudizi, le sue posizioni ideologiche, ancorchè celate nell’affermato pluralismo spesso traspaiono e occupano il proscenio. E’ il caso di questo articolo, apparentemente “neutro” e pieno di speranza nel futuro. Ma il titolo e la foto “fanno la spia”. E figuriamoci: qualsiasi cosa accada in Israele accade dietro il “muro”, che ricorda così tanto l’infame regime della DDR. E poi appare in tutta la sua oppressione l’immagine del muro. Sottinteso: vogliamo abbattere questo segno di apartheid, che opprime i poveri Palestinesi che per l’8% della sua lunghezza non possono sparare indisturbati alle macchine che viaggiano vicino all’infame “muro”? Non vi perdete un’occasione per trasmettere i “segni” di un popolo – quello israeliano – oppressore, violento, crudele. Chissà perché La Stampa è conosciuta – unico caso a mia conoscenza tra i giornali cosiddetti “indipendenti” – come La Busiarda? Giorgio Bertoldi