Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.
Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.
Un romanzo d’amore dove a far da protagonista sono le case e le colombe. Le case, le migliori amiche degli uomini. Vi si torna, le si saluta., le si ascolta, poi si entra – come voleva Raya, madre di Yair, la voce narrante. Le colombe, come quella che apre il romanzo volando sopra il frastuono di una battaglia sanguinosa, durante
la Guerra d’Indipendenza israeliana, 1948. Una casa come quella che Raya vuole il figlio cerchi per sé, in un vecchio villaggio dove gli odi sono sopiti e i grandi amori pacificati, almeno un paio d’alberi accanto, grandi perché la voce del vento attraverso i grandi alberi è diversa. Yair ha ascoltato sorpreso il racconto del volo della colomba dalla voce di un ebreo americano che ha partecipato alla battaglia. Quella colomba ha una storia per Yair, così come avrà una storia la casa che ha trovato e che Tirza, “il mio capomastro che è poi una femmina”, gli va sistemando. A dar ritmo e colore all’intreccio romanzesco un corteo di personaggi composto col gusto e la perizia del mosaicista. Yair, che ha una moglie ricca e troppo americana; Raya, occhi celesti e riccioli biondi e una fossetta che non appare nelle foto, che ama il Didone ed Enea di Purcell e i gladioli e che ha scarti e bizzarrie da ragazza; Yaakov, detto Padrevostro, marito e pediatra, un uomo privato in tutti i sensi, sacerdote della scienza e delle virtù convenzionali, quelle che fanno guadagnare una moglie e perdere una donna; Meshullam Fried, eroe bigger than life che s’è fatto ricco ed è rimasto della terra, uno per cui la felicità è dividere un fico spruzzato di qualche goccia di arak con la propria donna; Tirza Fried, figlia adorata e impertinente il giusto, donna radiosa che tratta con ministri e muratori e viaggia sul furgone con gli attrezzi e una valigia di abiti femminili; il Pupo, un colombofilo, ragazzo di un kibbutz innamorato di una collega di passione che sta a Tel Aviv e che un giorno lancerà una colomba col suo dono più prezioso. Amore e morte e gioia, nel racconto di un uomo incapace di decidere e fare, pago di auspici e speranze (“Proprio come fa chi prega: come un martello che insiste sullo stesso punto. Sempre con le stesse parole, sempre rivolto allo stesso oriente. A volte mi sento l’unico ebreo della famiglia”). Un vero romanzo, dove “il tempo passa”, s’accendono ricordi, bruciano passioni, come nel memorabile “Per amore di una donna”. E il Tempo, il distendersi, contrarsi e vorticare del nostro signore e padrone, è il vero protagonista della narrativa di Shalev, degno erede di quella che è ormai una grande tradizione.