Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.
Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.
nell'articolo di Giovanni Chianelli (Repubblica Napoli 30 gennaio, pag. XIII), si avalla, incautamente, quanto sostiene, in guisa del proprio documentario "Jenin Jenin", Muhammad Bakri, attore - regista arabo - israeliano (e non palestinese), per il quale nella città palestinese di Jenin, nell'aprile 2002 l'esercito israeliano avrebbe commesso un massacro, una orrenda strage.
Invero, una formula dubitativa avrebbe dovuto ispirare l'articolista, poichè già nelle settimane successive a quella che fu certamente una durissima battaglia (e in precedenza, non si dimentichi che i terroristi palestinesi avevano ucciso centinaia di civili isrealiani!), l'orrendo conto finale dei morti era di 56 palestinesi (tutti armati fuorchè due) e di 23 soldati israeliani: Jenin era una fortilizio di terroristi confusi deliberatamente ai civili.
Le fonti che ho consultato (Fiamma Nirenstein, che nel suo "gli Antisemiti progressisti", Rizzoli, 2004, si sofferma proprio sul documentario di Bakri; Emanuele Ottolenghi, "Autodafè", Lindau, 2007; Paul Berman, "Terrorismo e Liberalismo", Einaudi, 2003), possono anche essere discutibili. Tuttavia, quel che è sicuramente discutibile è affermare tout court che a Jenin l'esercito israeliano perpetrò un massacro deliberato di centinaia e centinaia di civili palestinesi, circostanza peraltro smentita da Amnesty International, ONU e Human Rights Watch: un motivo in più per vedere la controversa opera di Bakri, quando sarà proiettata alla Galleria Toledo nelle prossime settimane.