Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.
Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.
Levi narratore che si impone nel panorama europeo della letteratura; Levi interprete per eccellenza di uno dei drammi più tetri dell’umanità; infine, Levi testimone assoluto e lucido dell’Olocausto. Sono questi i tre nodi di pensiero intorno ai quali si sviluppa il saggio di Franco Baldasso, uno dei pochi testi biografici e critici che si imperniano soltanto sull’opera del grande scrittore torinese, morto suicida vent’anni or sono, e non si soffermano a considerare le parole di dolore o le chiacchiere dei salotti bene o di taluni biografi, che hanno voluto rileggere tutta la sua opera a partire proprio dall’ultimo tragico gesto.
Una scelta che si aggiunge a quella di alcuni altri studiosi europei (Ian Thompson, Philippe Mesnard, Francois Rastier, Daniela Amsallem e Yannis Thanassekos, per esempio) la cui opera non è ancora tradotta in Italia e che in questi anni hanno insistito nel mostrare il grande peso e ruolo di cambiamento che la scrittura di Primo Levi ha imposto al tardo Novecento: voce e insieme luce dal buio del male assoluto, egli indica, tratteggia la via di una letteratura non più orfana o lontana dalla storia, e attraverso una scrittura poliedrica che, di volta in volta, sceglie il registro o il genere più consono a comunicare al cuore degli uomini ciò che lui stesso ha vissuto. Leggendo il saggio di Baldasso, si potrebbe dire che Levi aveva una delle qualità più ambite dagli intellettuali che hanno attraversato il Novecento e che Hannah Arendt attribuisce con certezza a Walter Benjamin: era scrittore testimone della Shoah ma insieme non si presentava come reduce; era autore di opere di fantascienza e storia, ma senza essere storico e scrittore di genere, giornalista e drammaturgo e tuttavia lontano da questi mestieri che non scalfirono mai il suo sentirsi semplicemente chimico; filosofo e moralista attratto dai comportamenti umani, ma senza sentirsi e dichiararsi mai specialista di simili discipline o profeta di messaggi rivolti al mondo; uno scrittore nato senza sentirsi e dichiararsi mai parte di quella casta chiusa ed eccelsa. La sua forza era proprio questa: essere uomo tra gli uomini a ogni costo anche quando l’essere uomo (come gli accadde nel lager) doveva sembrargli impresa quasi impossibile. Unico rammarico, proprio a partire dal lavoro di Baldasso: che ancora non si possa accedere alle carte dell’archivio Levi; che non si possa, per questa ragione, restituire ai lettori un’opera che oggi si impone sempre più come uno snodo essenziale per comprendere il nostro Novecento.