Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
La vittoria in Iraq è possibile lo scrive anche il New York Times
Testata: Il Foglio Data: 31 luglio 2007 Pagina: 3 Autore: Daniele Raineri Titolo: «Gol! L’affondo del NYT: “Ora possiamo vincere in Iraq”»
Dal FOGLIO del 31 luglio 2007:
Clamoroso a Baghdad. Come non bastasse la Nazionale di calcio irachena che vince la finale e conquista la Coppa d’Asia anche se si allena dove e quando può e mangia takeaway cinesi, ieri il New York Times ha titolato che “possiamo vincere la guerra in Iraq”. Lo stesso quotidiano liberal che due settimane fa pretendeva il ritiro e la fine “dell’inutile sacrificio” delle truppe americane ha chiesto a due editorialisti appena tornati dall’Iraq come vanno le cose, e quelli hanno risposto che vanno diversamente da come sono raccontate sui giornali. “Ecco la cosa più importante che i cittadini americani devono sapere: in termini militari siamo rimasti stupiti dai progressi che abbiamo fatto”, scrivono Michael O’Hanlon e Kenneth M. Pollack, che pure dichiarano di essere critici feroci dell’Amministrazione Bush. Prima cosa. Il morale e il senso che i militari hanno della loro missione sul campo. “Nei precedenti viaggi in Iraq abbiamo spesso incontrato truppe americane arrabbiate e frustrate, molti erano convinti di essere impegnati nella strategia sbagliata e con tattiche sbagliate e di stare rischiando le proprie vite dietro a un approccio che non avrebbe mai funzionato. Oggi, il morale è alto. I soldati e i marine ci hanno detto che sentono di avere nel generale Petraeus un comandante superbo; hanno fiducia nella strategia; vedono risultati veri; e sentono di avere i numeri necessari a fare la differenza”. Tanto basta per sistemare il ritornello redazionale, anche in Italia, sull’Iraq pantano in stile vietnamita. I soldati americani, che rischiano in prima persona, osservano le cose con i loro occhi e non si sono mai trattenuti dal dire quello che pensano ai giornali, raccontano a un quotidiano schierato contro l’Amministrazione Bush che la strategia del comandante Petraeus sta funzionando. “Dappertutto, le unità dei soldati e dei marine sono concentrate sulla sicurezza della popolazione irachena, sul lavoro a fianco dei reparti iracheni, sulla creazione di nuovi accordi economici e politici a livello locale e sul fornire i servizi essenziali – elettricità, carburante, acqua pulita e servizi medici – alla gente. In ogni posto, le operazioni sono specificamente cucite sui bisogni di ciascuna comunità. Il risultato è che le morti di civili si sono abbassate di un terzo”, scrivono O’Hanlon e Pollack. “A Ramadi, per esempio, abbiamo incontrato uno straordinario capitano dei marine, la cui compagnia vive in pace nello stesso accantonamento con una compagnia della polizia irachena a maggioranza sunnita e una compagnia dell’esercito a maggioranza sciita. Lui e i suoi uomini hanno messo su un salotto in stile arabo, dove incontrano gli sceicchi sunniti della zona – tutti ex alleati di al Qaida – che ora gareggiano tra loro per assicurarsi la sua amicizia”. I due inviati del NYT scrivono finalmente anche loro quello che sta accadendo in Iraq. Al Qaida, ovvero guerriglieri e predicatori stranieri di un culto sunnita minore, da fuori i confini del paese ha provato a imporre la propria versione sanguinaria del mondo agli iracheni, ma è stata rifiutata. “Questi gruppi hanno tentato di instaurare la legge coranica, hanno tenuto in riga i cittadini iracheni con la violenza, hanno ucciso importanti leader locali e rapito le donne per farle sposare ai loro lealisti. Il risultato è che da sei mesi gli iracheni si sono sollevati contro gli estremisti e chiedono agli americani sicurezza e aiuto. L’esempio migliore è la provincia di Anbar, che in meno di sei mesi è passata dall’essere la zona peggiore dell’Iraq alla migliore, a eccezione di quella curda. Qualche mese fa, i marine combattevano per il controllo di Ramadi palmo a palmo. La settimana scorsa abbiamo camminato per le sue strade senza giubbotto antiproiettile”. Non si sarebbe potuto dire meglio. Bisognerà ricordarsene pure a settembre, quando arriverà il primo rapporto di Petraeus – che ha chiesto più tempo – sulla situazione, e l’Amministrazione dovrà decidere che fare. Credete a chi è appena tornato, e sta smentendo le proprie convinzioni: “Oggi ci sono abbastanza buoni elementi sui campi di battaglia iracheni perché il Congresso consideri l’idea di sostenere lo sforzo anche nella prima parte del 2008”.