Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.
Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.
Arabo israeliano, riconosce la storicità della Shoah: non può partecipare al convegno negazionista di Teheran 13/12/2006
Una lettera inviata alla rubrica di Sergio Romano sul Corriere della Sera
Al convegno negazionista di Teheran voleva partecipare anche un avvocato di Nazareth, un arabo israeliano di nome Mahamid: ha scritto agli organizzatori e, dopo un primo scambio di lettere, tutto si è fermato. L'avvocato Mahamid, infatti, ha una grave colpa ai loro occhi: crede che la Shoah sia un fatto vero, che deve insegnare qualcosa a tutti, e a tale scopo, ha aperto nella sua città un piccolo museo della Shoah, museo che viene visitato ogni giorno dai residenti e che costituisce un primo passo verso il dialogo e la comprensione reciproca. Forse è proprio questa, agli occhi degli iraniani, la colpa di Mahamid: nessun dialogo con gli ebrei (i sionisti per usare il loro linguaggio, nessun ponte che possa portare a riconsiderare certe opinioni, che possa ostacolare la distruzione di Israele (entità sionista). Lo scoppio della pace, che certamente porterebbe prosperità e benessere nella regione, che costuirebbe un grande vantaggio anche per i palestinesi, fa paura a certi dittatori che vivono della morte altrui, che fanno, nel propagandare l'odio, il motivo principale della loro esistenza