Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Così le dittature possono impunemente fabbricarsi la bomba nessuna strategia dissuasiva può funzionare se non prevede la possibilità di usare la forza
Testata: Il Foglio Data: 04 ottobre 2006 Pagina: 3 Autore: la redazione Titolo: «Da Osirak a Osiran»
Dal FOGLIO del 4 ottobre 2006:
Le più recenti vicende della telenovela tragica della corsa alla bomba atomica da parte delle dittature segnalano il tentativo dell’Iran di ripetere l’espediente che consentì a Saddam Hussein di dotarsi, con l’aiuto francese, di un reattore nucleare (Osirak, poi distrutto dall’aviazione israeliana) e l’annuncio da parte della Corea del nord di un imminente esperimento nucleare. La Francia ha rifiutato l’ipotesi iraniana di partecipare a un consorzio industriale che realizzi l’arricchimento dell’uranio sul territorio iraniano, ma soltanto sul piano del metodo. Ha rimandato alla competenza del negoziatore europeo Javier Solana, che per parte sua sembra apprestarsi ad abboccare all’amo del regime degli ayatollah. Sostiene che il progetto è “interessante”, senza tener conto che se le trattative non comportano una moratoria delle attività nucleari dell’Iran, il regime guadagna tempo mentre la comunità internazionale continua a perderne. Egualmente, alle provocazioni della dinastia aggressiva di Pyongyang si replica soltanto con le solite frasi sulle “conseguenze” che una palese violazione del trattato di non proliferazione potrebbe comportare. L’unica potenza veramente preoccupata pare il Giappone, ma naturalmente la sua voce da sola non basta. Il fatto è che di queste famose “conseguenze” che l’Onu ha già paventato in innumerevoli occasioni non c’è traccia, né per l’Iran né per la Corea del nord. Il tanto lodato multilateralismo si è dimostrato finora una fabbrica di chiacchiere, perché è evidente che, se si esclude di mostrare i muscoli, nell’illusione che una pura azione diplomatica possa conseguire qualche risultato apprezzabile, si finisce con il macinare acqua. E’ comprensibile la riluttanza a mettere a rischio di una nuova crisi il mercato petrolifero applicando sanzioni all’Iran, come ripugna l’idea di bloccare gli aiuti umanitari che sono l’unica risorsa che separa la popolazione coreana dalla morte di fame. Ma se i prepotenti si rendono conto delle paure degli interlocutori, lo diventano di più.
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