Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Il vero volto del regime iraniano che qualcuno si ostina a non voler vedere
Testata: Il Foglio Data: 15 febbraio 2006 Pagina: 1 Autore: la redazione - Mahmoud Ahmadinejad Titolo: «Il negazionismo al potere - Urla contro»
Dal FOGLIO di mercoledì 15 febbraio 2006, un articolo su come la piena percezione del pericolo rappresentato dal regime iraniano sia comune alla destra e alla sinistra americane. E in Europa? Cosa aspettiamo a prenderne coscienza? Ecco il testo:
Milano. “Siamo nel 1935. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è più vicino a Hitler di quanto si possa pensare. Ora sappiamo chi è, il punto è: chi siamo noi? Siamo Stanley Baldwin o Winston Churchill?”. L’ex leader repubblicano alla Camera di Washington, Newt Gingrich, descrive così la crisi internazionale con l’Iran e con un presidente negazionista dell’Olocausto al comando di un paese ricco di gas e petrolio oltre che deciso a farsi la bomba atomica per esportare la rivoluzione islamista e distruggere Israele. Baldwin è il primo ministro britannico che negli anni Trenta rifiutò di riarmarsi e di considerare Hitler una minaccia, Churchill è il leader che ha riconosciuto il pericolo e lo ha affrontato. Chi siamo noi? “Ahmadinejad è un dono dal cielo”, ha scritto provocatoriamente Reuel Marc Gerecht in un saggio sul Weekly Standard, perché “non pratica la taqqiyah, la tipica arte di dissimulazione sciita” adottata dai predecessori di Ahmadinejad per ingannare l’occidente e guadagnare tempo per costruirsi l’arma di sterminio. In Italia la sinistra di governo ci è cascata in pieno: Luciano Violante ha scritto la prefazione a un libro dell’ayatollah Khatami e ha detto pubblicamente che le idee politiche di Khatami erano “molto simili all’idea italiana di democrazia”. Giuliano Amato ha ricevuto Khatami con parole dolci: “Mohammad, sei tu la via per la democrazia”. Eppure è stato proprio il presunto riformista Khatami ad accelerare la corsa iraniana al nucleare. Ora che il mondo libero s’è svegliato e nessuno crede più alla barzelletta degli ayatollah riformisti, perfino l’iper pacifista Howard Dean, domenica mattina, ha detto: “L’Iran è uno stato terrorista. Non ci possiamo permettere in nessun modo che si doti di armi nucleari. Il presidente ha detto giustamente che nessuna opzione può essere tolta dal tavolo”. Mentre Hillary Clinton critica la Casa Bianca di aver sottovalutato la minaccia iraniana e di aver affidato agli europei la gestione della crisi. La Casa Bianca è criticata anche dai cultori del cambio di regime, i quali accusano in particolar modo il Dipartimento di stato di aver bloccato al Congresso l’Iran Freedom and Support Act, dopo il passaggio in commissione a luglio dello scorso anno. I diplomatici hanno fatto pressioni sulla leadership del Congresso per evitare che l’approvazione di una legge che finanzia l’opposizione democratica iraniana potesse far saltare le trattative tra Teheran e il terzetto europeo. Trattative che sono fallite ugualmente, vista la caparbietà dei turbanti atomici. Il progetto di legge prevede l’assistenza alla transizione democratica in Iran attraverso il finanziamento diretto a gruppi d’opposizione laici, liberali e nonviolenti, il sostegno a televisioni e radio indipendenti e l’appoggio a un referendum nazionale sul regime.
Sempre dalla prima pagina del FOGLIO un articolo sulla repressione dei sindacati e delle manifestazioni non promosse dal regime.
Roma. In Iran ci sono due tipi di manifestazioni: quelle in cui la manovalanza di regime imbraccia molotov e vecchi slogan rivoluzionari per minacciare i suoi demoni occidentali – ultima, in ordine di tempo, la mobilitazione per le vignette su Maometto – e quelle in cui il regime brandisce le stesse molotov e gli stessi slogan per punire i cittadini. Di queste non si sente parlare: in Iran perché la censura funziona, in Europa perché le proteste di regime coprono tutto il resto. Il paradosso è che, mentre la maggioranza silenziosa subisce impunemente nell’indifferenza (o quasi) della comunità internazionale, gli aguzzini sono elevati dalla stampa occidentale a campioni rappresentativi della società iraniana. Le ultime vittime di questa prospettiva distorta sono gli autisti della municipalità di Teheran: intimiditi, minacciati e percossi per aver cercato di difendersi dalle vessazioni delle finte organizzazioni del lavoro, controllate dal governo. Fondato nel 1968, il sindacato fu costretto a sciogliersi nel 1979. L’ayatollah Khomeini temeva che potesse trasformarsi nella roccaforte dei comunisti e per cautela preferì disfarsene. Nel 2004 il presidente, Mohammed Khatami, ha concesso una licenza al sindacato su pressione dell’International labour association, ma il ministero del Lavoro di Ahmadinejad ne contesta la legittimità. Di qui le proteste e la repressione. Le autorità temono che il sindacato si trasformi in un ben più pericoloso avversario del movimento studentesco, traendo ispirazione da Solidarnosc. La prima ondata di arresti è iniziata a dicembre, dopo uno sciopero. Il leader del sindacato, Massour Ossanlu, è catturato e trasferito nella famigerata prigione di Evin, e altri 50 membri dell’organizzazione lo raggiungono prima della fine del mese, ma l’organizzazione non molla, chiede di poter operare liberamente e denuncia le intimidazioni del ministero del Lavoro. Una nuova manifestazione è indetta il 28 gennaio, ma tre giorni prima i capi dell’organizzazione sono convocati dalla Corte rivoluzionaria e arrestati. Il 27 gennaio altri 60 appartenenti al sindacato sono rinchiusi a Evin e accusati di rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale. “Sono entrati e hanno chiesto di mio padre, mia madre ha risposto che non c’era. L’ hanno colpita al cuore con calci e pugni”, ha raccontato la dodicenne Mahdiye Salimi, figlia di uno degli arrestati.Violenze e rastrellamenti raggiungono l’acme il 28 gennaio. Sono almeno seicento, ma forse anche mille, i membri del sindacato nella custodia dei puri di Ahmadinejad. Il giorno dello sciopero gli autisti che non sono stati arrestati sono costretti a salire sugli autobus per effettuare regolarmente il loro tragitto, ma molti cittadini a Teheran si rifiutano di usare i mezzi di trasporto in segno di solidarietà. Hanno denunciato le violenze Human Rights Watch e Amnesty International, ma in Europa se ne sono accorti in pochi. In America li ha ricordati, invece, il presidente Bush nel discorso sullo stato dell’unione e il dipartimento di stato ha espresso indignazione per gli arresti e sostegno alle istanze legittime dei dimostranti.
E il testo del discorso di Ahmadinejad trasmesso da Jaam-e Jaam Tv l'11 febbraio 2006: