Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Masha è un ebrea sovietica nata in Lituania, divenuta polacca e scampata allo sterminio; la più giovane Dominika dalla natìa Praga è approdata in Australia. Così diverse, eppure così vicine. Non potrebbero essere più lontane le storie di Masha Rolnikaite e Dominika Dery. Opposte tanto che le due protagoniste (e autrici), specchiandosi l’una nell’altra, finirebbero alla lunga per riconoscersi. Masha – o Masa, o Mar’ja Grigo'evna, a seconda della diversa grafia yiddish, lituana o russa del suo nome – ha intrecciato nella fibra di un’unica, straordinaria personalità il tessuto di un’identità non solo nominalmente lacerata dall’esperienza di cittadina sovietica nata in Lituania, divenuta polacca e rimasta incessantemente figlia di Israele: sopravvissuta quale ebrea (fino all’oggi che, ottantenne, la trova a San Pietroburgo) all’occupazione hitleriana e allo sterminio nazista, forte dell’obbedienza all’imperativo: Devo raccontare. Dominika ha scritto il proprio nome sempre allo stesso modo: che fosse costretta a traslitterarlo nel cirillico obbligatorio per gli scolari della nativa Praga sovietica, o immaginasse di pronunciarlo all’inglese nella Sydney dove l’hanno portata, Sulle punte, i suoi passi leggeri di ballerina oggi trentenne. Le due donne non si sono mai incontrate. Né potrebbe avvicinarle lo spazio che si spalanca tra loro situandole agli opposti emisferi: esiliate, in Russia o in Australia, dalla terra d’origine. O il tempo: che le allontana ritmando sulla misura di un buon mezzo secolo il ciclo di ritorni dell’orrore nella storia. O l’infanzia di guerra: quella "fredda" per la più giovane, che sentì passare come un brivido sulla pelle le divisioni corse in seno al Vecchio Continente dopo la catastrofe mondiale, e la mondiale per la maggiore, la seconda, che fece esplodere l’ordine europeo esponendolo a lunghissimi contraccolpi globali. Di segno contrario anche i totalitarismi che un’impronta indelebile hanno inciso nella loro memoria: marchio di discriminazione, traccia di deportazione, ferita di lutto nella coscienza della tredicenne di sessant’anni fa e nella carne viva dei suoi familiari; sigillo di una cortina tesa a blindare i confini della Cecoslovacchia occupata e a oscurare il raggio di una tiepida primavera per la ballerina in erba e i suoi genitori dissidenti alla fine degli anni ’60. Identica è però la loro memoria di bambine. Tenera e impressionabile: cedevole a registrare – in yiddish, la lingua della comunità di fede, o in inglese, la lingua della libertà per l’arte –, una testimonianza impressionante e veritiera.