Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Critiche infondate al governo Sharon da Franco Venturini
Testata: Corriere della Sera Data: 21 novembre 2005 Pagina: 1 Autore: Franco Venturini Titolo: «Sharon e la debolezza delle Grandi coalizioni»
Il CORRIERE DELLA SERA di domenica 20 novembre 2005 pubblica in prima pagina e a pagina 34 un articolo di Franco Venturini, "Sharon e la debolezza delle Grandi coalizioni".
Incentrato sul tema delle coalizioni di governo allargate, la cui adozione nel nostro paese Venturini intende sconsigliare rifacendosi agli esempi tedesco e israeliano, l'articolo sembra sacrificare alla sua tesi il rispetto dei fatti: non è vero che la coalizione di governo israeliana sia stata un fallimento, né che, fino a che a guidare il Labour era Shimon Peres, essa fosse lacerata da insanabili contrasti. I contrasti sono emersi quando alla guida del partito laburista israeliano è andato Peretz. E a quel punto la coalizione è uscita di scena. Non senza aver prima ralizzato l'importante risultato del ritiro da Gaza che inspiegabilmente Venturini minimizza lasciando intendere di considerare degli illusi i commentatori che vi hanno visto una svolta storica. Senza però spiegare i motivi di questo suo scetticismo, che tanto ricorda quello di alcuni irriducibili detrattori di Sharon le cui opinioni sono sovente ospitate dai quotidiani italiani.
Ecco il testo: Non si può dire che Ariel Sharon sia stato colto alla sprovvista, perché al premier israeliano non era di certo sfuggito fino a che punto il ritiro da Gaza avesse scosso, per ragioni diverse, tanto il maggioritario Likud quanto i suoi alleati di governo laburisti. Ma la mancata sorpresa non rende meno evidente, e interessante per noi italiani, il paradosso politico verificatosi a Gerusalemme. Il disimpegno dei militari e dei coloni dalla Striscia di Gaza è stato, operativamente, un sicuro successo. I tempi sono stati rispettati, i temuti disordini non hanno superato livelli fisiologici, i palestinesi hanno mantenuto la promessa di non interferire. E mentre alla Knesset e all'interno del suo stesso partito Sharon veniva costretto a continui bracci di ferro, i sondaggi d'opinione davano nettamente ragione al primo ministro confermando che la società israeliana ha vedute più ampie di quelle di buona parte dei suoi rappresentanti. Non solo. Prima, durante e dopo il ritiro, Sharon venne sommerso da compiacimenti internazionali senza precedenti, fiumi d'inchiostro e dotti discorsi provarono a raccontare la sua mutazione da «falco» a «colomba», anche i più scettici gli concessero il beneficio del dubbio pur temendo che quella del capo del governo fosse stata soltanto una mossa tattica destinata a non avere seguiti in Cisgiordania e nell'auspicata ripresa del negoziato con i palestinesi. Ebbene, tre mesi appena dopo la sua vittoria sul campo Ariel Sharon è oggi un premier dimezzato in attesa delle elezioni anticipate previste per marzo. E non è ancora del tutto chiaro se alle urne Sharon andrà alla testa del partito che contribuì a fondare, il Likud, oppure se sceglierà di far nascere una nuova formazione politica che lo metta al riparo dal rivale Netanyahu e insieme gli consenta di meglio affrontare il nuovo avversario laburista Amir Peretz. Guardiamo altrove, guardiamo alla Germania. I vertici cristianodemocratici e socialdemocratici hanno festeggiato ieri l'altro l'accordo definitivo per formare il nuovo governo di «grande coalizione». Dopo il voto del 18 settembre la trattativa è durata due mesi e non sono mancati per la signora Merkel, nuovo cancelliere, momenti di tensione e paure di non farcela. Ma se la Germania ha un governo, come si presenta il suo programma? Quel tanto che è stato reso noto dà pienamente ragione a quanti temevano una infinita serie di compromessi al ribasso. In campagna elettorale la Merkel aveva promesso meno tasse per tutti e riforme strutturali per rilanciare l'economia tedesca. Ora, da imminente capo del governo, la stessa signora Merkel annuncia che con l'Iva aumenteranno anche le tasse per gli scaglioni più alti e gli unici accenni di riforme strutturali (a parte l'aggiornamento dell'organizzazione federale del Paese) riguardano la maggior durata dei periodi di prova prima delle assunzioni e l'innalzamento dell'età pensionabile nell'arco di un lunghissimo periodo di tempo. L'enfasi, semmai, è sul rientro dal deficit di bilancio che non si vede come potrà essere realizzato. Quanto alla sanità e agli ingranaggi più delicati del sistema fiscale e del mercato del lavoro, le riforme resteranno in lista d'attesa. Cosa unisce quanto è già accaduto in Israele e quanto sta per accadere in Germania? Una lezione che dovrebbe interessarci, mentre in Italia riaffiora periodicamente il dibattito su possibili futuri esperimenti consociativi: i governi di «grande coalizione», che si trovino a Gerusalemme o a Berlino, non sono in grado di affrontare efficacemente quelle «grandi questioni» in funzione delle quali sono spesso nati o vengono accettati. Ogni situazione nazionale è diversa dalle altre, beninteso. In Israele è stato il partito laburista in crisi di identità a rovesciare il tavolo comune, sbarazzandosi dell'eterno conciliatore Shimon Peres. In Germania sono state le paure incrociate degli elettori a produrre un verdetto aritmeticamente diabolico e ancora oggi la memoria della Repubblica di Weimar rende difficile un troppo frequente ritorno alle urne. In Italia esisterebbero altre peculiarità. Ma alzare lo sguardo oltre i nostri confini può essere comunque utile. E quel che vediamo, oggi, non depone a favore di quelle grandi coalizioni dove il consenso è tanto ampio sulla carta da potersi tranquillamente ridurre a ben poca cosa nella realtà. Tre mesi dopo Gaza il premier israeliano è un leader «dimezzato» Ciò che accade a Gerusalemme e a Berlino è una lezione per l'Italia Invitiamo i lettori di Informazione Corretta ad inviare il proprio parere alla direzione del Corriere della Sera . Cliccando sul link sottostante si aprirà una e-mail già pronta per essere compilata e spedita.