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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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La Stampa Rassegna Stampa
12.11.2004 Grottesco necrologio di un terrorista
dalla premiata ditta Igor Man

Testata: La Stampa
Data: 12 novembre 2004
Pagina: 1
Autore: Igor Man
Titolo: «Un riposo senza pace»
Im prima pagina LA STAMPA di oggi, 12-11-04, pubblica un editoriale di Igor Man su Yasser Arafat.
I toni melodrammatici, al limite del grottesco (esemplare il passo sul mancato figlio maschio che "avrebbe ereditato soltanto macerie", insieme a svariati milioni di dollari di cui Man non fa conto,) si alternano a quelli epici, per raccontare la vita e la morte di un uomo le cui mani grondavano sangue.

Ecco l'articolo:

Exit, Abu Ammar. Non c’è pace fra gli ulivi della Cisgiordania dove prefiche e fanciulli, coetanei di Arafat segnati da intime cicatrici, musulmani e cristiani, pacifisti e neonichilisti si accingono a dare al vecchio al Walid (il Padre) degna sepoltura in terra di Palestina. Abu Ammar, il fedayn dalle sette vite ha consumato l’ultima ad occhi aperti, recitando i versetti adeguati del Corano, lo sguardo fisso in quello d’una giovine donna, la moglie Suha, che l’amò veramente rammaricandosi di non avergli dato un figlio maschio, l’erede. Consumata la sua settima vita, egli è entrato nell’ottava, ahi quanto buia, e amara e triste. Arafat aveva una eccessiva considerazione di se stesso, si vedeva come un Saladino postmoderno e tuttavia sapeva praticare l’umiltà. Si arrabbiava per un nonnulla ma sapeva esser tenero con gli amici veri. Non temeva la morte, Arafat, e questo si sa ma oso presumere che una morte al rallentatore come la sua, sfregiata dal pericolo di svaccare in una soap televisiva fatta al Cairo, una morte così lo umilierebbe se mai potesse rendersene conto. Ma qui va detto che i ritardi, i bollettini medici ambigui, gli annunci e le smentite avevano una ragione. Poiché l’islàm prescrive che il morto venga riconsegnato alla terra, coperto da un semplice sudario, il corpo orientato in direzione della Mecca, nel volger di poche ore dalla fine fisica, s’è dovuto prender tempo per combinare funzioni(al Cairo, a Ramallah) che rispettassero l’islàm e insieme non privassero la gente della liturgia della morte. Arafat sognava di riposare per sempre a Gerusalemme, al Quds, la santa, ma era impossibile che l’eterno duellante, il generale Sharon, tanto gli concedesse. Rimanevano dunque due alternative: o Gaza, nella «tomba di famiglia», ovvero alla Muqata dove due anni e mezzo fa Sharon lo costrinse agli arresti domiciliari, troncando il suo incessante rinascere dalle proprie ceneri. «Vado ma non ritorno / vengo ma non arrivo»: il grande poeta palestinese Mahmoud Darwich con questi versi ha scalpellato nel marmo della Storia Yasser Arafat, fedayn senza fissa dimora. Abu Ammar, exit.
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